Giovanni Vitolo.
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Medioevo.
I caratteri originali di un'et di transizione.
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Parte 3.
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2000 Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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9. L'Italia fra poteri locali e potest universali.
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9.1 La frantumazione politica dell'Italia.
9.2 Il Regno d'Italia.
9.3 Il papato in bala dell'aristocrazia romana.
9.4 Ottone di Sassonia e la restaurazione dell'impero.
9.5 La politica italiana degli Ottoni.
9.6 Arduino d'Ivrea primo re nazionale?
9.7 Il potere locale e l'emergere di nuovi ceti.
APPROFONDIMENTI: Patriottismo civile e religioso delle citt.
9.8 Citt e poteri signorili in Italia meridionale.
Il DIBATTITO STORIOGRAFICO: La politica italiana degli imperatori tedeschi.
Bibliografia.
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10. Splendore e declino di Bisanzio.
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10.1 La grecizzazione dell'impero.
10.2 La controversia sul culto delle immagini.
10.3 La fine dell'iconoclasmo e le oscillazioni della politica sociale.
10.4 Il rafforzamento del potere imperiale e la ripresa dell'espansione territoriale	184
APPROFONDIMENTI Il fuoco greco, arma segreta dei Bizantini.
10.5 La concorrenza e lo scisma tra Chiesa greca e Chiesa romana.
10.6 Economia urbana e produzione artistico-culturale.
10.7 L'inizio del declino e il costoso aiuto veneziano.
il DIBATTITO STORIOGRAFICO  esistito un feudalesimo bizantino?
Bibliografia.
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Parte 3. L'APOGEO DELLA CIVILT MEDIEVALE.
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11. Incremento demografico e progressi dell'agricoltura nell'Europa dei secoli undicesimo-tredicesimo.
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11.1 L'aumento della popolazione.
11.2 L'ampliamento dello spazio coltivato e del popolamento rurale.
11.3 Le grandi opere di colonizzazione.
11.4 L'evoluzione sociale delle campagne.
11.5 I progressi dell'agricoltura.
11.6 Due modelli di agricoltura.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Rivoluzione agraria o lungo periodo di crescita lenta?
Bibliografia.
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12. La ripresa del commercio e delle manifatture.
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12.1 Caratteristiche del commercio nell'Alto Medioevo.
12.2 La formazione di un sistema economico unitario.
12.3 I miglioramenti dei trasporti.
APPROFONDIMENTI: Le navi del Mediterraneo.
12.4 Le merci del commercio internazionale.
APPROFONDIMENTI: Traffici e furti di reliquie. L'esempio di san Nicola di Bari.
12.5 Il ruolo del mercante.
APPROFONDIMENTI: La colonna amalfitana: una forma di capitalismo democratico?
APPROFONDIMENTI: Le scuole e la scrittura dei mercanti italiani.
12.6 La ripresa della monetazione aurea.
12.7 Artigianato e attivit manifatturiere.
12.8 Gli altri settori produttivi.
12.9 La bottega artigiana e le corporazioni.
12.10 Le innovazioni tecnologiche.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO. Le Corporazioni: un tema di frontiera.
Bibliografia.
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13. Lo sviluppo dei centri urbani e le origini della borghesia.
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13.1 Dalla citt antica alla citt medievale.
13.2 L'urbanesimo in Italia meridionale.
13.3 Le citt marinare dell'Italia centro-settentrionale: Venezia, Genova, Pisa.
13.4 Vescovi e citt.
13.5 L'urbanizzazione nel resto dell'Europa.
APPROFONDIMENTI: Gli Ebrei: da. tollerati a perseguitati.
13.6 Le dimensioni delle citt europee del pieno Medioevo.
13.7 La societ tripartita e la nascita della borghesia.
13.8 Il movimento comunale nelle citt d'oltralpe.
Il DIBATTITO STORIOGRAFICO: L'immagine della societ tripartita.
Bibliografia.
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FINE Indice.
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9. L'Italia fra poteri locali e potest universali.
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9.1. La frantumazione politica dell'Italia.
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Nell'Europa del Decimo secolo l'Italia si configurava con caratteri assai particolari, destinati a influenzare a lungo e fortemente la sua storia successiva. Vi erano in atto, in verit, tutti quei fenomeni che abbiamo analizzati nel capitolo precedente: crisi del potere regio e comitale, incastellamento, groviglio di poteri signorili e di relazioni vassallatiche, proliferare di chiese e monasteri privati, basso livello culturale del clero, trasferimento ai vescovi di poteri di natura politica.
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Ma, a parte il fatto che essi si presentavano, come era ovvio, con tempi e modi che non coincidevano appieno con quelli degli altri regni dell'antico impero carolingio, ci che rendeva particolare la situazione della penisola era la coesistenza di localismo e universalismo, per cui un esasperato particolarismo politico si sviluppava all'ombra delle autorit che rivendicavano una loro funzione universale. Ma procediamo con ordine.
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Innanzitutto il quadro politico della penisola era assai frammentato e di non facile definizione gi sul piano giuridico-politico. L'Italia settentrionale (esclusa Venezia, formalmente dipendente da Bisanzio, ma di fatto autonoma) e buona parte di quella centrale formavano il Regno d'Italia, cui fu unita, come vedremo tra poco, la dignit imperiale.
Puglia, Basilicata, Calabria meridionale e buona parte della Campania costiera erano inserite nell'impero bizantino, che allora non era affatto in crisi, ma stava anzi attraversando un periodo di rinnovato splendore e di slancio espansionistico, di cui si vedevano gli effetti anche in Italia.
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Questa divenne cos terra d'incontro e di scontro dei due imperi, che rivendicavano entrambi diritti di sovranit sui territori meridionali rimasti ai Longobardi. Si trattava dell'antico ducato di Benevento, che Arechi II, genero di re Desiderio, aveva sottratto alla conquista di Carlo Magno, trasformandolo in principato e accogliendovi i Longobardi che non si erano voluti sottomettere ai Franchi. I contrasti interni alla dinastia principesca portarono nell'849 alla sua divisione nei due principati di Benevento e Salerno, da cui si distacc qualche decennio dopo la contea di Capua. Le lotte per l'egemonia tra queste tre formazioni politiche crearono le premesse per un inserimento nelle loro vicende interne sia dei Saraceni sia dei due imperi, di cui volta per volta cercavano la protezione.
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Un episodio che consente di capire bene come fosse intricata la situazione politica in Italia meridionale  quello che ebbe come protagonista l'imperatore Ludovico II, di cui gi abbiamo ricordato nel capitolo precedente l'impegno nella lotta contro i Saraceni. Dopo aver liberato Bari dal loro dominio nell'871, port prigioniero con s a Benevento l'emiro Sawdan, singolare figura di filosofo e capo militare, che esercit un notevole fascino sui contemporanei, a giudicare dalle fonti longobarde, ebraiche e bizantine, che riportano il suo pensiero. A quel punto, per, il principe beneventano Adelchi, ritenendo di non aver pi bisogno dell'aiuto dei Franchi e temendone anzi la potenza, si accord con lo stesso Sawdan e fece prigioniero l'imperatore, rilasciandolo solo quaranta giorni dopo, non senza essersi fatto prima promettere che non si sarebbe vendicato per il suo tradimento.
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Puramente teorica era anche la sovranit dell'impero bizantino sui tre ducati di Napoli, Gaeta e Amalfi, retti da dinastie locali e in perenne conflitto con i vicini Stati longobardi. I loro duchi seppero garantirne a lungo l'indipendenza, destreggiandosi assai bene in mezzo a difficolt di ogni genere e non esitando, quand'era necessario, ad allearsi anche con i Saraceni, nonostante le minacce di scomunica lanciate dai pontefici.
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Al centro della penisola, tra Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, c'erano poi le due vaste signorie di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno, la "terra di san Benedetto" e la "terra di san Vincenzo". Dotate da Carlo Magno e dai suoi successori di privilegi di immunit, che le ponevano sotto la speciale protezione (defensio) degli imperatori, furono rette tra la fine dell'VIII secolo e la met del Nono da abati di origine franca o comunque strettamente legati alla corte carolingia. La crisi dell'autorit imperiale le privava per del loro sicuro ancoraggio politico, esponendole alla forte pressione dei Longobardi e dei conti di Capua in particolare, oltre che, come si  visto, alle scorrerie dei Saraceni.
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Il fattore di maggiore complicazione del quadro politico italiano era, tuttavia, rappresentato dal papato, che esercitava in maniera incerta e discontinua la sua signoria su buona parte di Lazio, Umbria e Marche, ma rivendicava una sua funzione universale in ambito sia religioso sia politico. Come gi si  detto, si tratt per allora di rivendicazioni prive di effetti concreti; ma la situazione cambier radicalmente nell'XI secolo, quando, estromesso l'imperatore bizantino dalla scena politica italiana, resteranno a fronteggiarsi ancora a lungo papato e impero romano-germanico, condizionando fortemente la vita politica italiana.
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A tutto questo  da aggiungere che gli Arabi avevano completato nel 902 la conquista della Sicilia, dalla quale muovevano per le loro incursioni in tutto il Mezzogiorno e il Mediterraneo occidentale.
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9.2. Il Regno d'Italia.
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Del regno italico gi si  detto nel capitolo precedente che dopo la deposizione di Carlo il Grosso, nell'887, fu attribuito da un'assemblea di nobili a Berengario, marchese del Friuli, iniziatore di una serie di re, che si susseguirono in maniera assai rapida e, a volte, avventurosa. Contro di lui, infatti, gi due anni dopo si lev Guido, duca di Spoleto, il quale, pur essendo stato sconfitto sulle rive della Trebbia, riusc alla fine ad avere la meglio sul suo avversario, ottenendo anche la corona di imperatore, ormai priva di effettivo valore politico, perch Francia e Germania erano regni del tutto indipendenti. Alla sua morte, nell'894, gli successe il figlio Lamberto, il quale riusc a mantenersi sul trono soltanto per quattro anni e in mezzo a difficolt di ogni genere.
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Innanzitutto Berengario non aveva rinunciato affatto alle sue ambizioni di dominio e si teneva pronto a rientrare in gioco con l'appoggio dei suoi numerosi aderenti. A contrastare efficacemente Lamberto fu tuttavia il re di Germania, Arnolfo di Carinzia, al quale fece appello papa Formoso (891-896), per sottrarsi alla pressione che il nuovo re esercitava sui territori pontifici dai suoi domini spoletini. Arnolfo, riconosciuto re dai feudatari italiani nell'894, fu incoronato imperatore due anni dopo dallo stesso papa Formoso, il quale cre cos i precedenti per le successive rivendicazioni dei re di Germania sul Regno d'Italia.
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Anche Arnolfo usc presto di scena: colto da paralisi subito dopo l'incoronazione (morir nell'899), lasci libero il campo a Lamberto, ma solo per poco, dato che questi mor gi nell'898. Riemerse allora il tenace Berengario del Friuli, che subito si impegn, sia pur con esito disastroso, contro gli invasori ungari. La sconfitta che sub nella battaglia del Brenta, tuttavia, rese debole la sua posizione nei confronti dei nemici interni, che gli contrapposero Ludovico di Provenza, anch'egli incoronato imperatore. Ancora una volta, per, Berengario non si diede per vinto e condusse una tenace opposizione contro il rivale.
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I due schieramenti contrapposti si dissolvevano e si ricomponevano continuamente sulla base degli interessi del momento, senza che il vincitore riuscisse a rendere effettiva la sua autorit, talch un acuto osservatore di quegli eventi, il vescovo Liutprando di Cremona, pot scrivere che la nobilt italiana preferiva avere contemporaneamente due re, in modo da non dover obbedire a nessuno dei due. Alla fine, nel 905, Berengario riusc a vincere Ludovico di Provenza e a rispedirlo in Francia, dopo averlo fatto accecare. Nel 915, essendo riuscito ad espellere i Saraceni dalla loro base alla foce del Garigliano e a rendere pi sicura Roma dalle loro incursioni, ottenne dal papa Giovanni Decimo la corona imperiale.
La fortuna gli volt per di nuovo le spalle nel 924, quando, sconfitto da un nuovo pretendente al trono, Rodolfo di Borgogna, usc definitivamente di scena.
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La stella di Rodolfo brill solo per poco, perch gi due anni dopo fu costretto a cedere il trono a Ugo di Provenza, che lo tenne ininterrottamente fino al 946, riuscendo in qualche modo a imporre la sua autorit grazie all'appoggio soprattutto dei marchesi di Toscana. Ma proprio la sua volont di dare un contenuto effettivo al titolo regio suscit malumori tra la feudalit, che alla fine gli contrappose il marchese di Ivrea Berengario, appoggiato dal re di Germania Ottone Primo di Sassonia. Nella lotta che ne segu Ugo fu sconfitto e dovette abbandonare l'Italia. Nel 950, scomparso anche Lotario, figlio di Ugo, Berengario pot cingere la corona di re d'Italia, ma gi l'anno dopo cominciarono le prime difficolt.
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Ne fu responsabile principale la coraggiosa vedova di Lotario, Adelaide, che, perseguitata da Berengario, chiese aiuto al re di Germania, il quale non si lasci sfuggire l'occasione per inserirsi nelle vicende italiane. Dopo aver sposato la stessa Adelaide, nel 951 scese in Italia, prontamente accolto dalla feudalit, che gli fece atto di sottomissione insieme allo stesso Berengario, il quale riusc cos a conservare il regno in qualit di vassallo.
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Negli anni seguenti, per, approfitt della lontananza di Ottone, duramente impegnato in Germania contro gli Ungari, per recuperare la sua indipendenza e per tentare finanche di espandersi in Italia centrale ai danni dei territori della Chiesa. Il risultato fu che Ottone, chiamato in aiuto da papa Giovanni XII, nel 961 ritorn in Italia e fece prigioniero Berengario, cingendo poi sia la corona regia sia, nel febbraio dell'anno dopo, quella imperiale. A questo punto per, per capire meglio le vicende appena narrate, dobbiamo fare un passo indietro e illustrare quello che intanto avveniva a Roma e in Germania.
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9.3. Il papato in bala dell'aristocrazia romana.
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Con la deposizione di Carlo il Grosso e la crisi dell'impero, il papato, privo del sostegno del potere imperiale, vide ridimensionato il suo ruolo all'interno della Cristianit occidentale, non essendo in grado n di esercitare appieno la sua autorit sull'episcopato n di sostenere l'attivit missionaria tra le popolazioni ancora pagane dell'Europa nordorientale.
Per giunta si trovava in difficolt anche sul piano interno, essendo in bala dell'aristocrazia romana, che divenne arbitra dell'elezione papale e comp ampie usurpazioni del patrimonio fondiario della Chiesa. Tutto questo, mentre la citt appariva sempre pi immiserita e spopolata, e sul soglio pontificio si succedevano rapidamente pontefici che portavano sempre pi in basso il prestigio della dignit papale (ben 21 tra l'887 e il 962). L'episodio pi significativo di questo periodo difficile della storia della Chiesa  rappresentato dalla macabra processione del cadavere di papa Formoso, che, rivestito degli abiti pontificali, fu condannato da un sinodo e gettato nel Tevere.
Erano quelli gli anni in cui occupava in citt una posizione preminente la famiglia dei conti di Tuscolo, prima con il senatore Teofilatto e poi con la figlia Marozia, la quale, dopo aver sposato prima Alberico di Spoleto e poi Guido di Toscana, pass a terze nozze con il re d'Italia Ugo di Provenza. Il matrimonio fu celebrato nel 932 a Roma, dove Ugo sperava anche di ottenere la corona imperiale da Giovanni XI, figlio di Marozia. Una rivolta popolare, promossa dal fratello del papa, Alberico, costrinse per il sovrano a lasciare la citt prima dell'incoronazione. Da allora, e fino alla morte nel 954, lo stesso Alberico, con il titolo di "principe e senatore dei Romani", rimase padrone incontrastato di Roma e del papato, svolgendo un'azione benefica a vantaggio di entrambi: govern infatti con saggezza e decisione, favorendo nello stesso tempo la ripresa della vita religiosa.
Per garantire la sicurezza della citt, imped a qualsiasi sovrano di venirvi a ricevere la corona imperiale, per cui l'impero rimase vacante dopo la morte di Berengario nel 924.
Non riusc a infrangere il suo divieto neanche Ottone di Germania, che pure aveva tentato di raggiungere Roma in occasione della prima discesa in Italia nel 951.
Ad Alberico successe nella dignit di principe il figlio Ottaviano, che nel 955, appena sedicenne, ascese al seggio pontificio con il nome di Giovanni XII. Nel febbraio del 962 accett di incoronare imperatore Ottone, il quale tuttavia l'anno dopo lo sottopose al giudizio di un sinodo, che lo dichiar decaduto.


9.4	
Ottone di Sassonia e la restaurazione dell'impero

Come gi era accaduto con Carlo Magno, la corona imperiale rappresentava per Ottone il coronamento di una lunga e fruttuosa attivit politico-militare, condotta instancabilmente nel cuore dell'Europa a partire dal 936, quando era succeduto al padre Enrico l'Uccellatore (919-936), della casa di Sassonia. Allora il regno di Germania, che comprendeva quella parte dell'impero carolingio tra il Reno e l'Elba pervenuta nell'833 a Ludovico il Germanico, era articolato nei ducati di Sassonia, Franconia, Svevia e Baviera, ai quali Enrico aveva aggiunto quello di Lorena (l'antica Lotaringia, che aveva fatto parte dei territori assegnati a Lotario con il trattato di Verdun dell'843). La storiografia tedesca ha molto discusso nel passato, e continua ancora oggi a discutere sul carattere di questi ducati, per accertare se essi avessero o non un fondamento etnico, se cio essi fossero o non espressione di altrettante stirpi germaniche, che avrebbero conservato la loro individualit nonostante l'inserimento nell'impero carolingio. Non  possibile in questa sede approfondire la questione. Si pu dire, tuttavia, che oggi prevale l'orientamento di chi, pur non escludendo l'incidenza di fattori etnici, attribuisce un ruolo decisivo all'attivit dell'aristocrazia e di quelle famiglie di tradizione militare, che riuscirono, partendo dall'esercizio di pubblici uffici, a dar vita a grandi formazioni politico-territoriali e a far nascere nelle popolazioni locali la coscienza di appartenere a una comunit di popolo.
Si tratt di un processo non dissimile da quello allora in atto anche nel regno dei Franchi occidentali, cio in Francia, dove ugualmente, come si  detto nel capitolo precedente, si andavano formando principati territoriali con un forte radicamento nelle coscienze delle popolazioni (un po' diverso era il caso dell'Italia, come si vedr tra poco).
L'esistenza all'interno del regno di Germania - o dei Franchi orientali, come allora si diceva - di ducati che avevano pur sempre uno sfondo etnico non imped, tuttavia, che gi nel corso del Decimo secolo cominciasse a formarsi lentamente una coscienza nazionale tedesca, attraverso la consapevolezza delle varie stirpi germaniche di vivere all'interno di un regno comune. Vi contribu fortemente proprio Ottone di Sassonia, il quale oper subito con estrema decisione, per rendere effettiva la sua autorit all'interno di tutti e cinque i ducati. Una rivolta dei duchi di Lorena, Franconia e Baviera, ai quali si era unito lo stesso fratello del re, Enrico, fu stroncata nel 939, dopo che Ottone era riuscito a riconciliarsi con il fratello, al quale assegn la Baviera. Quella che sembrava una scelta occasionale, dettata dalle circostanze, divenne, tuttavia, un principio consolidato di governo, per cui, tutte le volte che gli fu possibile, sostitu i duchi e i maggiori funzionari pubblici con membri della sua famiglia, anche se non sempre essi corrisposero alle sue aspettative: nel 953-954 si ribellarono il figlio Liudolfo e il genero Corrado il Rosso, duchi rispettivamente di Svevia e Lorena.
Pi regolare si rivel invece l'appoggio dei vescovi, che Ottone coinvolse appieno nel governo di citt e contee, facendone dei signori territoriali in grado di disporre di consistenti nuclei armati, che all'occorrenza non esitavano a mettere a sua disposizione. Egli, per, ebbe il merito di esigere da loro un pari impegno in campo religioso, per cui quei fenomeni di indisciplina e di rilassatezza dei costumi, che affliggevano il clero e le comunit monastiche di altre parti d'Europa, apparivano in Germania molto meno gravi. Anzi, non pochi vescovi stavano gi avviando interventi di riforma e qualcosa cominciava a muoversi anche all'interno dei monasteri, soprattutto in quelli posti sotto il diretto controllo regio. A rendere meno depresso il quadro generale della vita religiosa in Germania, contribuiva inoltre l'impegno missionario della Chiesa tedesca, che faceva capo alle diocesi di Magonza e Magdeburgo, quest'ultima fondata nel 968: impegno, che ovviamente Ottone sosteneva anche allo scopo di estendere la sua influenza sulle popolazioni slave ancora pagane. Tutto ci comportava ovviamente piena libert per il re nella scelta di vescovi e abati, che egli trasse sempre da famiglie a lui strettamente legate, investendoli non soltanto delle cariche pubbliche, ma anche delle funzioni spirituali, per cui si configurava come un vero e proprio capo della Chiesa tedesca. Nello stesso tempo veniva incoraggiata la ripresa degli studi, che vedeva impegnate soprattutto le grandi abbazie, tra cui quelle di Fulda (oggi nella regione dell'Assia) e di S. Gallo (oggi in Svizzera). La stessa corte di Sassonia divenne meta di dotti e teologi provenienti soprattutto dall'Italia, tra cui il vescovo Liutprando di Cremona, che scrisse un panegirico del suo protettore.
Il naturale coronamento di un'attivit a cos vasto raggio fu l'incoronazione imperiale, che, come sappiamo, avvenne in S. Pietro a Roma nel febbraio del 962. I contemporanei la considerarono una restaurazione dell'impero di Carlo Magno (di renovatio imperii parlano le fonti del tempo): uguale la posizione di forza, che consent a entrambi di conseguire quell'altissima dignit; uguale il progetto di uno strettissimo connubio tra regno e sacerdozio sotto l'egemonia imperiale; uguale la consapevolezza dell'importanza della cultura per la ripresa della vita religiosa e per il funzionamento dell'apparato statale.
Ma ci che  pi importante nel confronto dell'impero ottoniano con quello carolingio  la comune ispirazione all'universalismo antico di Roma (pi accentuata tuttavia in Ottone) e alla missione di protettori della Cristianit e del papato. Si trattava di un compito di cui alcuni chierici della corte sassone gi presagivano le difficolt, temendo un eccessivo coinvolgimento dell'imperatore nelle vicende di Roma e dell'Italia. Furono per voci isolate, riconducibili al nascente patriottismo tedesco, che non valsero ad attenuare l'attrazione che la Roma papale esercitava sull'animo di Ottone.


9.5
La politica italiana degli Ottoni

Che le preoccupazioni di quei chierici non fossero infondate, lo si vide di l a poco. Sceso in Italia nel 961 per cingere prima la corona d'Italia e poi quella imperiale, Ottone vi rimase quattro anni, durante i quali cerc di risollevare le condizioni del papato, avvilito dalla pressione dell'aristocrazia romana e dalla mancanza di una guida sicura. Come sappiamo, il giovane papa Giovanni Dodicesimo fu deposto e l'imperatore si assunse la responsabilit di garantire per il futuro la correttezza dell'elezione papale, attribuendosi il diritto di giudicare l'eletto prima della consacrazione (Prvilegium Othonis del 962).
Dopo il soggiorno di un anno in Germania, Ottone nel 966 era di nuovo in Italia, dove rimase questa volta sei anni. Dopo aver fatto incoronare imperatore il figlio Ottone Secondo (967-983), volse la sua attenzione verso l'Italia meridionale, tentando di imporvi la sua autorit. E in effetti Pandolfo Capodiferro e il figlio Landolfo IV, principi longobardi di Benevento e Capua, si riconobbero suoi vassalli. Non ebbe invece uguale fortuna con i Bizantini, per cui, dopo un insuccesso nel 968 davanti alle mura di Bari, prefer intavolare trattative con l'imperatore Niceforo Foca, inviando come ambasciatore a Costantinopoli il gi citato Liutprando di Cremona, che per torn senza aver nulla concluso. Le trattative ripresero con il nuovo imperatore Giovanni Zimisce, il quale nel 972 riconobbe a Ottone il titolo imperiale e acconsent alle nozze tra Ottone Secondo e la principessa Teofane, che avrebbe dovuto portare in dote i territori bizantini dell'Italia meridionale.
Ottone Primo mor nel 973, poco dopo il suo rientro in Germania. Nel complesso la sua costruzione politica resistette, grazie soprattutto al sostegno dei vescovi. I dieci anni trascorsi in Italia contribuirono, per, a rendere tutt'altro che tranquillo il trapasso dei poteri al figlio, il quale impieg ben sette anni per venire a capo delle resistenze dei duchi di Lorena, Svevia e Baviera, desiderosi di recuperare la loro piena indipendenza. Nel frattempo la situazione italiana gli sfuggiva di mano. A Roma l'aristocrazia romana aveva ripreso a imperversare, giungendo al punto di uccidere il papa filoimperiale Benedetto Sesto (972-974), al quale diede come successore Bonifacio VII; i principi longobardi di Benevento e Capua avevano ripreso la loro libert di movimento; i Saraceni di nuovo facevano scorrerie in Calabria e lungo le coste; i Bizantini non mostravano nessuna intenzione di onorare i patti matrimoniali intercorsi tra Ottone Primo e Giovanni Zimisce.
Nel 980 Ottone Secondo era gi a Roma, intento a fare preparativi per una campagna in Italia meridionale, che all'inizio sembr destinata al successo; nel 982 sub per una grave sconfitta da parte dei Saraceni a Stilo, in Calabria, riuscendo a stento a sottrarsi alla cattura.
Per niente demoralizzato, gi si preparava alla riscossa, ma la morte lo colse l'anno dopo all'et di 28 anni. Lasciava come erede il piccolo Ottone Terzo sotto la tutela, prima, della madre Teofane e, dopo la sua morte nel 991, dell'ancora energica nonna Adelaide.
Il compito delle due reggenti non fu facile, ma lo assolsero egregiamente, per cui nel 996 il giovane Ottone, uscito di tutela all'et di 16 anni, pot raccogliere l'eredit paterna. Con lui giunsero a piena maturazione orientamenti gi affiorati al tempo di suo nonno. Tent, infatti, subito di dare un contenuto effettivo alla teoria del carattere universale dell'impero e del connubio tra regno e sacerdozio. Il suo primo atto di governo fu, pertanto, la nomina a pontefice di un suo parente e cappellano di corte, Gregorio Quinto (996-999), al quale diede come successore il suo maestro Gerberto d'Aurillac. Questi, uno degli uomini pi colti del tempo, prese il nome di Silvestro Secondo (999-1003), ponendosi in ideale continuit con il papa Silvestro, che aveva collaborato con Costammo e che era considerato il destinatario della famosa (falsa) donazione. L'imperatore si proponeva di guidare la Cristianit alla felicit terrena e alla salvezza eterna, governando a stretto contatto con il pontefice, per cui, appena asceso al trono, si trasfer a Roma, insediando la corte sull'Aventino e adottando un cerimoniale di tipo bizantino, che aveva appreso dalla madre.
Il suo programma di restaurazione imperiale prevedeva inoltre la sottomissione di tutte le potest terrene, comprese le monarchie fino ad allora indipendenti. I suoi progetti utopistici e il suo entusiasmo si scontrarono con ostacoli insormontabili proprio all'interno dei suoi domini. In Germania cresceva tra l'aristocrazia lo scontento per la scarsa considerazione in cui l'imperatore, per inseguire i suoi ambiziosi progetti, teneva i problemi del paese; in Italia i grandi feudatari, abituati ad essere praticamente indipendenti, non gradivano che il loro re e imperatore vi avesse preso stabile residenza. Per lo stesso motivo ancora pi scontenta era l'aristocrazia romana, che si vedeva privata della tradizionale influenza sul papato. Il risultato fu una sollevazione di feudatari italiani, capeggiati dal marchese Arduino d'Ivrea, nel 999. Ad essa segu quella dei Romani nel 1001, che costrinse Ottone Terzo a lasciare la citt. Nel gennaio dopo, all'et di soli ventidue anni, moriva senza eredi diretti nel monastero di Monte Soratte, presso Roma.


9.6
Arduino d'Ivrea primo re nazionale?

Gli successe il cugino Enrico II, che lasci cadere subito i progetti di potere universale del suo predecessore, concentrando tutti i suoi sforzi sulla Germania, di nuovo alle prese con lo spirito di indipendenza dell'aristocrazia e con la pressione degli Slavi alle frontiere.
Ancora una volta si rivel decisivo l'appoggio dei vescovi, ai quali Enrico Secondo fece concessioni ancora pi ampie di quelle degli Ottoni e sui quali mantenne sempre un vigile controllo, riservandosene la scelta. Contemporaneamente, seguendo l'esempio di Ottone I, si preoccup di combattere la rilassatezza dei costumi del clero e dei monaci, incoraggiando i movimenti di riforma.
Intanto in Italia la lontananza di Enrico aveva favorito i progetti di quella parte dell'aristocrazia, che non gradiva n il legame definitivo del Regno d'Italia con quello di Germania n l'eccessiva concentrazione di poteri nelle mani dei vescovi, pilastro della politica della dinastia sassone. Venne cos incoronato re a Pavia nel 1002 il gi menzionato Arduino d'Ivrea, considerato nella storiografia romantica dell'Ottocento il primo re nazionale. In realt la sua vicenda si svolse tutta all'interno della vecchia logica delle lotte per il potere nell'ambito dell'aristocrazia feudale, cos come era avvenuto con gli altri re d'Italia nel secolo precedente. I grandi del regno si divisero sulla base dei loro interessi e quelli che sostenevano Arduino non formavano affatto il partito pi forte, anche perch la monarchia tedesca, ormai orientata a considerare suo diritto inalienabile la corona d'Italia, che costituiva la premessa di quella imperiale, poteva contare sempre sull'appoggio della feudalit ecclesiastica. Nel 1004 perci Enrico Secondo valic le Alpi e, dopo aver sconfitto Arduino, ottenne a Pavia la corona di re d'Italia. Il marchese d'Ivrea non si diede per vinto e si mantenne in armi per dieci anni ancora, ma, ripetutamente sconfitto, dovette desistere, ritirandosi nel monastero di Fruttuaria (nel territorio dell'attuale Comune di San Benigno Canavese, presso Torino), dove mor nel 1015.


9.7

Il potere locale e l'emergere di nuovi ceti

Intanto nel 1014 Enrico Secondo si era fatto incoronare imperatore da papa Benedetto Ottavo (1012-1024), della famiglia dei conti di Tuscolo, la quale da almeno un secolo contendeva agli imperatori il controllo del soglio pontificio. A lui successe un altro pontefice della stessa famiglia, Giovanni Diciannovesimo (1024-1033). Il fatto che i conti di Tuscolo avessero ripreso il sopravvento al tempo di Enrico II, impegnato, come si  visto, soprattutto in Germania, mostra come gli imperatori tedeschi avessero difficolt a rendere effettivo il loro potere in Italia. Bastava che si allontanassero dalla penisola e riemergevano prepotentemente le tendenze autonomistiche dei signori locali, che solo formalmente riconoscevano l'autorit regia e imperiale.
A rendere la situazione politica del regno italico particolarmente intricata contribuiva il fatto che, contrariamente a quanto era avvenuto in Germania e in Francia, non si era avuta in Italia, se non in misura marginale, la formazione di grandi principati territoriali, capaci di coordinare e disciplinare le forze signorili locali. Si possono ricordare soltanto le marche del Friuli e di Toscana, nonch quelle di minore estensione di Torino, Ivrea, Monferrato, e il ducato di Spoleto. Lo avevano impedito varii fattori: da un lato la presenza di re che, per quanto deboli, erano stati pur sempre in continua attivit militare, condizionando le strategie politiche delle maggiori famiglie dell'aristocrazia; dall'altro il protrarsi per pi di un secolo delle incursioni saracene e ungare, che avevano contribuito al proliferare dei castelli e quindi delle minori dominazioni territoriali; dall'altro, ancora, la vitalit delle citt, che, per quanto indebolite dalla crisi demografica e dalla depressione economica, avevano pur sempre conservato una certa vitalit e un'orgogliosa coscienza di s. Questa vitalit delle citt, anzi, si era accresciuta grazie alla politica ottoniana di appoggio ai vescovi, i quali risiedevano appunto in citt e provenivano in genere da famiglie che, per quanto ricche di beni fondiari nel contado, avevano non di rado la residenza nelle citt o un collegamento con esse. Ma, a prescindere dalla loro origine sociale, i vescovi nella loro attivit politica non potevano sottrarsi al condizionamento della comunit cittadina, alla quale, tra l'altro, spettava teoricamente il diritto di eleggerli, essendo pur sempre in vigore l'elezione a clero et populo (fatta cio congiuntamente dal clero e dal popolo). Nella realt gli interventi di imperatori e potenti famiglie facevano s che le cose andassero diversamente, ma, ancorch imposti dall'esterno, i vescovi non potevano operare senza ricercare il consenso dei cittadini. Questi, a loro volta, erano ben lieti di sostenerli, perch i poteri, che imperatori e re d'Italia trasferivano dai conti ai vescovi, significavano per la comunit cittadina e soprattutto per gli operatori economici locali maggiore libert di movimento e un coinvolgimento nella vita politica locale di gran lunga pi grande rispetto a quello che avveniva nelle campagne. Ne erano consapevoli gli stessi sovrani, i quali non di rado nei loro diplomi a favore dei vescovi menzionavano anche le comunit cittadine.
Che le citt italiane fossero dei soggetti politici attivi gi prima della nascita dei Comuni,  dimostrato dal caso di Milano. Qui l'arcivescovo Ariberto d'Intimiano negli anni Trenta dell'XI secolo venne a trovarsi, unitamente ad altri grandi feudatari (capitanei), in contrasto con i rispettivi valvassori (milites secundi), che rivendicavano il diritto di trasmettere i loro feudi agli eredi. Si trattava di una prassi, come sappiamo, da tempo largamente operante, ma che ora i maggiori feudatari cercavano di contrastare, per frenare la crescita della nobilt minore, sempre pi numerosa in Alta Italia, dove vigeva il cosiddetto feudo longobardo, divisibile tra gli eredi (il feudo franco era invece indivisibile). Il nuovo imperatore Corrado Secondo (1024-1039), della casa di Franconia, pens allora di approfittare del conflitto, per riaffermare in Lombardia l'autorit imperiale, che si era indebolita dopo la morte di Enrico II e la distruzione del palazzo regio di Pavia nel 1024 ad opera dei cittadini. Giunto in Italia, punt sull'indebolimento della nobilt maggiore, pur essendo essa in gran parte filoimperiale, e si schier dalla parte dei valvassori, emanando in loro favore nel 1037 la Constitutio defeudis, con la quale assicurava l'ereditariet ai feudi minori e il ricorso al tribunale imperiale contro gli abusi dei grandi. Ritenendosi poi padrone della situazione, decise di deporre e di processare l'arcivescovo Ariberto, ma in favore di questi intervennero i Milanesi, per cui, dopo un inutile assedio della citt, Corrado ripass le Alpi e se ne torn in Germania. La vittoriosa resistenza alle truppe imperiali era da attribuire non tanto al potente arcivescovo quanto piuttosto alla popolazione cittadina, tra cui innanzitutto gli esponenti della stessa nobilt minore e dei nuovi ceti dediti all'artigianato e ai commerci. Essi si schieravano ora dalla parte del loro arcivescovo, per respingere quella che appariva un'aggressione all'intera citt, ma ben presto, dando vita al Comune, avrebbero assunto la gestione diretta del governo locale.


APPROFONDIMENTI

PATRIOTTISMO CIVILE E RELIGIOSO DELLE CITT

La citt, nonostante la crisi demografica ed economica dell'Alto Medioevo, svolse sempre in Italia una funzione dirigente rispetto al territorio circostante, dato che continu ad essere sede del potere civile e soprattutto di quello ecclesiastico. L'orgoglio dei suoi abitanti si alimentava per non solo di questo, ma anche della ricchezza di reliquie di santi e di edifici sacri e profani, di cui esse erano non di rado dotate.
Ce lo mostrano tre testi letterari dei secoli VIII-IX, relativi a Milano, Verona e Napoli. Il pi antico  quello che si riferisce a Milano, il cosiddetto Versum de Mediolano civitate, un componimento di ventiquattro terzine composto verso il 739. Il poeta, dopo aver ricordato l'antichit della citt e averne dato un'immagine vista da lontano, con le torri e i campanili che svettano verso il cielo, descrive le sue pregevoli porte, l'antico foro con un bellissimo edificio, le strade intorno tutte lastricate, la basilica di San Lorenzo rivestita di marmi e di oro. Passa poi a parlare della prosperit economica di Milano, della solennit dei riti religiosi che vi vengono celebrati, del gran numero di reliquie di santi sepolti lungo le mura a guisa di baluardo difensivo.
Di poco posteriore  un componimento dello stesso tipo dedicato a Verona, il cosiddetto Versus de Verona, composto tra il 796 e l'805. Anche della citt veneta l'autore ricorda innanzitutto l'antichit, per poi passare alla descrizione dei suoi edifici monumentali: l'arena in primo luogo, il foro ampio e ben lastricato al pari delle strade, gli antichi templi, i ponti marmorei sull'Adige, il grande castello sul colle di San Pietro. A questo si aggiungono la storia gloriosa dei suoi primi vescovi, soprattutto san Zeno, e la gran quantit di reliquie di santi, custodite nelle chiese cittadine.
Alla fine del Nono secolo risale invece un testo in prosa in lode di Napoli, di cui si conosce l'autore: si tratta del monaco Guarimpoto, autore di una biografia del vescovo Atanasio, alla quale premise appunto una descrizione della citt, partendo dal ricordo della sua antichit e della considerazione, che per essa avevano avuto personaggi quali Virgilio e Ottaviano Augusto. Il patriottismo civile e religioso di Napoli appare alimentato dall'imponenza delle mura e delle torri, dall'abbondanza di beni materiali nonch dal gran numero e dallo splendore di chiese e monasteri, in cui sono conservati i resti dei gloriosi patroni sant'Agrippina e san Gennaro. A rendere poi del tutto particolare agli occhi dello scrittore la situazione di Napoli,  la coesistenza di cultura greca e cultura latina, per cui sia i riti sia i canti religiosi si eseguono in entrambe le lingue: elemento, questo, assai interessante, perch mostra come in citt ci fosse piena consapevolezza del suo essere punto di incontro tra due civilt e due culture, che invece successivamente andranno sempre pi estraniandosi l'una dall'altra.


9.8
Citt e poteri signorili in Italia meridionale

Processi in parte simili a quelli fin qui descritti per il regno italico erano in atto anche nel sud della penisola, sia nei territori longobardi sia in quelli sotto il dominio effettivo o la sovranit formale dell'imperatore di Bisanzio. Soprattutto in Campania e in Puglia, regioni tra le pi urbanizzate del tempo, le citt apparivano gi decisamente avviate verso quella ripresa economica e demografica, che nel Decimo secolo cominciava appena a far sentire i suoi effetti nel resto dell'Europa.
Amalfi in primo luogo, ma anche Gaeta, Napoli, Salerno, Bari, Otranto, Taranto, Reggio traevano vantaggio dal collegamento con il mondo bizantino e con quello arabo, allora in piena fioritura economica e commerciale. La loro struttura sociale si veniva differenziando, con l'emergere di nuovi ceti, legati all'artigianato e al commercio, che presero il posto di quei mercanti orientali, che avevano smesso di frequentare i porti del Tirreno dopo l'espansione araba nel Mediterraneo. A questo si accompagnava, e ne era espressione, l'emergere della coscienza cittadina e della consapevolezza, da parte delle comunit urbane, di poter giocare un ruolo sul piano politico. Il fenomeno era pi evidente nelle citt bizantine (si  visto poco fa il caso di Napoli), ma anche nelle capitali longobarde di Salerno, Benevento e Capua il popolo partecipava, insieme al principe e all'aristocrazia, alla gestione del potere.
La differenza tra le zone longobarde e quelle bizantine appariva invece pi grande al di fuori dei centri urbani. Nell'ambito delle prime si manifestava quella stessa tendenza al formarsi di signorie fondiarie e territoriali, che abbiamo vista in atto nel resto dell'Italia e dell'Europa carolingia. Anche al sud infatti, il possesso di vasti beni terrieri aveva sempre comportato l'esercizio di poteri di comando su quelli che vi abitavano, ma il formarsi di signorie nel corso del Decimo secolo era riconducibile soprattutto all'intraprendenza dei funzionari pubblici, conti e gastaldi in primo luogo, che tendevano a radicarsi sul territorio e a sottrarsi al controllo del principe.
Questo faceva s che a livello locale il detentore del potere apparisse sempre nella sua veste di funzionario pubblico, ma non contribuiva ad attenuare quella generale situazione di insicurezza, che ovunque in Europa caratterizz il Decimo secolo e che era provocata sia dalle lotte incessanti dei signori tra di loro sia dalle incursioni di Saraceni, Ungari e Normanni. Di qui anche in Italia meridionale una forte spinta alla costruzione di castelli che, garantendo la difesa di quanti vivevano alla loro ombra, diventavano anche uno strumento per attirare coloni in zone spopolate, che i signori, soprattutto ecclesiastici, volevano valorizzare e mettere a coltura.
In certe aree, come nelle terre di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno, l'incastellamento fu nel Decimo secolo un fatto talmente vistoso, da essere sottolineato dai cronisti, di solito poco attenti a problemi del genere. Cos l'autore del Chronicon Vulturnense, il monaco Giovanni, osserv che prima della seconda met del Decimo secolo pochi erano stati i castelli nelle terre del suo monastero ("rara in his regionibus castella habebantur"). Il fenomeno altrove fu certamente meno vistoso, ma nel complesso le zone longobarde si caratterizzavano rispetto a quelle dell'area bizantina per una maggiore proliferazione di poteri locali e per un progressivo indebolimento dell'autorit del principe, man mano che ci si allontanava dalle citt capitali di Salerno, Benevento e Capua.
Intanto  da precisare che, quando parliamo di area bizantina, ci riferiamo in particolare alle regioni poste sotto il dominio diretto di Bisanzio, che erano, nel corso del Decimo secolo, Puglia, Basilicata e Calabria, organizzate rispettivamente nei tre temi di Longobardia, Lucania e Calabria. I tre piccoli ducati di Gaeta, Napoli e Amalfi erano invece, come si  detto precedentemente, sostanzialmente indipendenti e retti da duchi, espressi dalle famiglie dell'aristocrazia locale. Come si ricorder, il tema era una circoscrizione territoriale, retta da uno stratega inviato da Bisanzio, che aveva il compito di coinvolgere le forze locali nella difesa dagli attacchi esterni e di garantirne il collegamento con il potere centrale.
Questo tipo di organizzazione, potenziata sul finire del Decimo secolo mediante l'inserimento dei tre temi in una superiore struttura di governo, il catepanato d'Italia con sede a Bari, si rivel un efficace strumento per dare stabilit al dominio bizantino. Questo si era ampliato sensibilmente in seguito a un rinnovato impegno militare, che aveva portato, a partire dalla fine del Nono secolo, prima al recupero in Puglia e in Calabria di terre occupate in precedenza dai Longobardi, e poi alla resistenza vittoriosa contro l'offensiva degli imperatori sassoni. Tutto questo si inseriva, a sua volta, in una pi ampia politica espansionistica, che allora Bisanzio stava conducendo nel Mediterraneo, nei Balcanil e in Asia Minore. A ci  da aggiungere che i Bizantini svolsero un'azione a vasto raggio, tesa ad assicurare il consenso alla loro dominazione anche da parte della popolazione longobarda della Puglia e della Calabria. Cercarono perci di guadagnarsi l'appoggio dei vescovi o sottomettendoli all'autorit del patriarca di Costantinopoli o, quando questo non fu possibile, consentendo solo l'elezione di prelati sulla cui fedelt potevano contare.
Largheggiarono, inoltre, nel concedere titoli onorifici agli esponenti del ceto dirigente locale, che ne andavano molto fieri, mentre anche il monachesimo italo-greco assai diffuso in Calabria e Lucania, contribuiva indirettamente a orientare la popolazione verso i modelli culturali e spirituali del mondo bizantino. Se poi si considera il carattere molto pi evoluto dell'organizzazione amministrativa bizantina rispetto a quello delle formazioni politiche post-carolinge, reso possibile anche dalla maggiore circolazione monetaria che caratterizzava le aree del Mediterraneo centro-orientale, si comprende come nel panorama dell'Italia del Decimo secolo le estreme regioni meridionali si presentassero con caratteri originali.


LA POLITICA ITALIANA DEGLI IMPERATORI TEDESCHI

Abbiamo gi avuto occasione nel par. 4 di accennare ai timori dei chierici della corte di Ottone di Sassonia per l'eccessivo coinvolgimento del sovrano nelle vicende di Roma e dell'Italia.
Qui  da aggiungere che preoccupazioni analoghe furono espresse anche da uomini di Chiesa legati ai suoi successori, riaffiorando poi ripetutamente nei secoli seguenti nell'ambito del dibattito storiografico su origini, caratteri e ruolo dell'impero medievale germanico, per balzare infine in primo piano nel corso dell'Ottocento, in connessione con il problema dell'unificazione politica della Germania. Si trattava allora di decidere se puntare sull'unione di tutti i Tedeschi intorno all'impero austroungarico degli Asburgo, considerato l'erede dell'impero medievale germanico (era questo l'obiettivo dei cosiddetti Grandi tedeschi), o se mirare a un'aggregazione pi piccola intorno alla Prussia, secondo il programma dei Piccoli tedeschi.
Nella discussione tra le due diverse tendenze svolsero un ruolo di primo piano gli storici, che si sentirono in dovere di cercare nel passato medievale le ragioni che militassero a favore dell'una o dell'altra soluzione. I protagonisti di quella che si configur ben presto come un'accesa polemica, per poi diventare uno dei problemi centrali e di lungo periodo della medievistica tedesca, furono il prussiano Heinrich von Sybel (1817-1895) e l'austriaco Julius von Ficker (1826-1902): il primo, sostenitore dei Piccoli tedeschi, giudic negativamente la politica italiana dell'impero medievale (la italienische Kaiserpolitik), perch disperse le forze della nazione, impedendo ai sovrani di dare un pi saldo inquadramento politico alle popolazioni germaniche; il secondo, che aderiva al progetto dei Grandi tedeschi, esaltava invece il ruolo storico dell'impero germanico, al quale attribuiva il grande merito di aver difeso l'Occidente latino-cristiano dalle pretese di dominio dell'impero di Bisanzio, creando cos le condizioni per la formazione di quello spazio europeo di civilt da cui era nato il mondo moderno.
Come  noto, ad essere realizzato nel 1870 fu il progetto della piccola Germania raccolta intorno alla Prussia di Bismarck, ma ci non imped che a risultare sostanzialmente vincente sul piano storiografico fosse la tesi del Ficker sulla missione storica dell'impero tedesco: tesi, che anzi sub un adattamento alla nuova realt politica attraverso la forzatura, operata da Karl Hampe (1869-1936), di presentare il Bismarck come un continuatore degli imperatori tedeschi, ai quali venne attribuito il merito di aver rinsaldato con le guerre da loro condotte in Italia l'ancor labile sentimento nazionale tedesco.
Non  possibile ripercorrere qui le tappe successive del dibattito che, sia pur in forme e con toni diversi,  ancora oggi pi che mai vivo e per il quale si rinvia al saggio di G. Tabacco, L'impero romano-germanico e la sua crisi (secoli X-XIV), in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. II, pp. 307-338.
Limitandoci pi propriamente all'et degli Ottoni, trattata in questo capitolo,  tuttavia opportuno sottolineare come la pi recente storiografia, tedesca e non, tenda a dare al loro coinvolgimento politico a sud delle Alpi motivazioni pi complesse rispetto a quelle prospettate nel passato: non soltanto l'attrazione esercitata dall'ideologia politica di ascendenza romana, ma anche motivi occasionali legati alle frequenti interferenze che allora i sovrani compivano nella vita delle formazioni politiche di altre aree.
Nell'ambito del pi generale problema della italienische Kaiserpolitik si pone quello pi circoscritto della Sditalienische Kaiserpolitik, vale a dire dell'impegno politico degli imperatori germanici nell'Italia meridionale, in concorrenza con le pretese di dominio degli imperatori bizantini e dei pontefici romani, e in competizione militare con i Saraceni. La questione, non meno di quella pi generale al centro di un vivace dibattito, tuttora in corso, si  posta, in verit, soprattutto per gli imperatori svevi dei secoli XII-XIII e per Federico Secondo in particolare (di cui si parler nel cap. 18), ma ha riguardato anche i loro predecessori carolingi e sassoni. N poteva essere diversamente, se si considera che gli imperatori svevi facevano risalire i loro diritti sul Mezzogiorno alla conquista del Regno italico da parte di Carlo Magno e se si tiene presente che una delle prime voci critiche levatesi contro la politica imperiale in Italia meridionale fu quella di Bruno di Querfurt, cappellano e amico di Ottone III, il quale, lamentando l'infausta attrazione esercitata dall'"Italia dorata di sole" sul dissennato Ottone Secondo ("infantilia consilia secutus"), piangeva la falcidie del "fiore perduto della patria, ornamento della bionda Germania" sul campo di battaglia di Stilo, in Calabria, dove rimasero sul terreno molti conti palatini e varii grandi ecclesiastici.
Anche per questa questione si rinvia chi volesse saperne di pi ad un lavoro di G. Tabacco, quello intitolato Impero e Regno meridionale, in Potere, societ e popolo tra et normanna ed et sveva (1189-1210). Atti delle quinte giornate normanno-sveve (Bari-Conversano, 26-28 ott. 1981), Bari, Dedalo, 1983, pp. 13-48.
Sulla polemica tra Sybel e Ficker si veda E. Fueter, Storia della storiografia moderna, Milano-Napoli, Ricciardi, 1970 (ed. orig. 1911), pp. 688-689.
Opere generali sull'impero germanico: H. Mitteis, Le strutture giuridiche e politiche dell'et feudale, Brescia, Morcelliana, 1962; H. Fuhrmann, Deutsche Geschichte im hohen Mittelalter, Gttingen, Vandenhoeck und Ruprecht, 1978; P.
Cuvillier, L'Allemagne medievale. Naissance d'un tat (VIIIe-XIIIe sicles), Paris, Payot, 1979. Su Bruno di Querfurt: R. Wenskus, Studien zur historischpolitischen Gedankenwelt Bruns von Querfurt, Mnster-Kln, Bhlau, 1956.


Bibliografia

Per un inquadramento generale del periodo: J. Dhondt, L'Alto Medioevo, Milano, Feltrinelli, 1970; G. Tabacco, Alto Medioevo, in G. Tabacco-G.G.
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Per l'Italia: G. Rossetti, Societ e istituzioni nel contado lombardo durante il Medioevo: Cologno Monzese (secoli VIII-X), Milano, Giuffr, 1968; P.M. Conti "Devotio" e "viri devoti" in Italia da Diocleziano ai Carolingi, Padova, CEDAM, 1971; C. Violante, La societ milanese nell'et precomunale, Roma-Bari, Laterza, 1974; G. Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Torino, Einaudi, 1979; C. Wickham, L'Italia nel primo Medioevo. Potere centrale e societ locale, Milano, Jaca Book, 1983; O. Capitani, Storia dell'Italia medievale, Roma-Bari, Laterza, 1986; V. Fumagalli, Il Regno italico, in Storia d'Italia, dir. da G. Galasso, vol. II, Torino, UTET, 1988; A Castagneti, Minoranze etniche dominanti e rapporti vassallatico-beneficiari. Alamanni e Franchi a Verona e nel Veneto in et carolingia e postcarolingia, Verona, Libreria Universitaria Editrice, 1990; Id., "Teutisci" nella "Langobardia" carolingia, Verona, Libreria Universitaria Editrice, 1995; F. Bougard, La justice dans le Royaume d'Italie. De la fin du Ottavo siecle au debut du Undicesimo siecle, Rome cole franaise de Rome, 1995; G. Albertoni, L'Italia carolingia, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1997; P. Cammarosano, Nobili e re. L'Italia politica dell'alto Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1998.
Per l'Italia meridionale in particolare: N. Cilento, Italia meridionale longobarda, Milano-Napoli, Ricciardi, 1971; M. Oldoni, Anonimo salernitano del Decimo secolo, Napoli, Guida, 1972; P. Delogu, Mito di una citt meridionale (Salerno, secoli VIII-XI), Napoli, Liguori, 1977; G. Sangermano, Caratteri e momenti di Amalfi medievale e del suo territorio, Salerno-Roma, Gentile, 1981; S. Palmieri, Mobilit etnica e mobilit sociale nel Mezzogiorno longobardo, in "Archivio storico per le province napoletane", 99 (1981), pp. 31-104; Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico Secondo, vol. Terzo della Storia d'Italia, dir. da G. Galasso (saggi di A. Guillou, F. Burgarella, V. von Falkenhausen), Torino, UTET, 1983; G. Vitolo, Citt e coscienza cittadina nel Mezzogiorno medievale. Seco. IX-XIII, Salerno, Laveglia, 1990; G. Musca, L'emirato di Bari: 847-871, Bari, Dedalo, 19922 (1a ed., 1964); San Vincenzo al Volturno. Cultura, istituzioni, economia, a cura di F. Marazzi, Abbazia di Montecassino 1996.




SPLENDORE E DECLINO DI BISANZIO



10.1
La grecizzazione dell'impero

Alla fine dell'VIII secolo l'impero bizantino, ridimensionato dai continui attacchi di Arabi, Slavi e Bulgari, comprendeva, in Asia, poco meno della met dell'attuale Turchia, e in Europa la Tracia orientale nonch le citt greche di Atene, Patrasso e Corinto, e i territori dell'Italia meridionale sottratti alla conquista dei Longobardi: complessivamente un terzo del territorio del tempo di Eraclio (610-641). L'impero ebbe per, come si  accennato nel capitolo precedente, la forza di resistere e di passare addirittura al contrattacco verso la met del IX secolo, recuperando parte dei territori perduti. In qualche misura vi contribu anche l'attenuarsi dello slancio espansivo degli Arabi, ma il motivo principale  da ricercare nel poderoso sforzo compiuto dalle varie dinastie che si succedettero sul trono, per rinnovare l'organizzazione statale e metterla in grado di far fronte alle difficolt del momento. Gi abbiamo parlato della riforma dell'amministrazione provinciale con la creazione dei temi e il concentramento dei poteri civili e militari nelle mani dello stratega: riforma avviata dagli imperatori Maurizio ed Eraclio, ed estesa poi a tutto l'impero man mano che le circostanze lo richiedevano. Essa mirava a radicare nel territorio i soldati, detti stratioti, rendendoli nello stesso tempo colonizzatori e proprietari delle terre, che avevano il compito di difendere e che potevano trasmettere ai loro figli insieme all'obbligo di prestare il servizio militare. Essi inoltre erano quasi completamente esentati dal pagamento delle tasse e ricevevano un piccolo stipendio, per far fronte alle spese di armamento.
Parallelamente alle propriet degli stratioti, si favor anche il formarsi di una piccola propriet di contadini liberi, principale base economica e finanziaria dello Stato. Essi vivevano infatti in comunit di villaggio, che costituivano unit amministrative e fiscali, per cui erano tutti insieme responsabili del pagamento delle tasse anche per gli eventuali evasori e per i terreni rimasti privi di coltivatori.
Intanto cambiava la fisionomia complessiva dell'impero bizantino. Impegnato in una lunga lotta difensiva e chiuso nelle sue frontiere, esso fu costretto a rinunciare alle sue pretese di dominio universale, acquistando un carattere pi orientale, oltre che pi rurale.
Il latino, fino ad allora lingua ufficiale dello Stato sebbene poco compresa dal popolo, fu sostituito dal greco, anche se questo non imped che si riproducesse all'interno della comune parlata greca la separazione tra la lingua ufficiale della corte e delle scuole, e quella parlata dal popolo. La grecizzazione invest anche il titolo imperiale, dato che i tradizionali termini latini di imperator, caesar, augustus, gi da qualche tempo poco usati, furono sostituiti definitivamente dal titolo greco di basileus, adoperato da Eraclio. Lo stesso avvenne nell'ambito dell'attivit legislativa, che vedeva un progressivo superamento del diritto romano e l'introduzione di consuetudini di origine orientale, tra cui il taglio del naso e l'accecamento. Di chiara impronta orientale erano, infine, anche la sempre pi stretta compenetrazione tra vita civile e religiosa, e l'accresciuta influenza sociale della Chiesa e dei monaci.
L'appoggio dato dallo Stato al ceto dei piccoli coltivatori diretti, liberi o tenuti al servizio militare, e il carattere prevalentemente rurale dell'economia non impedirono per alle citt, soprattutto quelle della costa, di continuare le loro attivit commerciali e produttive, alimentando cos una, sia pur ridotta, circolazione monetaria. A dare impulso alla vita delle citt contribuiva a volte l'autonomia pi o meno ampia, di cui esse godevano nelle province periferiche. Qui, infatti, le necessit della difesa, rendendo indispensabile il coinvolgimento delle forze locali, non consentirono una piena attuazione della legge con cui Leone Sesto (886-912) abol le autonomie municipali, concentrando tutti i poteri nelle mani dei funzionari pubblici.


10.2
La controversia sul culto delle immagini

Quanto si  detto finora costituisce la premessa per comprendere quel movimento ampio e complesso che fu la controversia iconoclasta, la lotta cio contro il culto delle icone, tavole di legno, per lo pi prodotte nei monasteri, su cui erano effigiate immagini sacre (Cristo, la Vergine, i santi). Il movimento part dalle province orientali dell'impero, pi influenzate dall'Islamismo e dal Giudaismo, e quindi pi sensibili alle accuse di idolatria che musulmani ed ebrei, da sempre contrari alla raffigurazione della divinit sotto sembianze umane, rivolgevano ai cristiani. Queste province, inoltre, essendo in prima linea nella resistenza contro gli attacchi dei nemici dell'impero, erano consapevoli della loro importanza e rivendicavano una maggiore autonomia dal governo centrale, contestando lo strapotere dell'alto clero e dell'apparato burocratico della capitale. Il movimento raggiunse la corte quando sal al trono Leone Terzo l'Isaurico (717-741), che, proveniente da una famiglia di stratioti, aveva fatto carriera nell'esercito, diventando poi stratega del tema di Anatolia.
Non  chiaro se egli fosse intimamente convinto delle motivazioni spirituali di coloro che avversavano il culto delle immagini o se invece volesse rafforzare l'unit dello Stato, accogliendo le richieste che venivano dalle province orientali e infliggendo un duro colpo alla potenza dei monaci, troppo indipendenti dal potere imperiale e dotati di grande influenza sul popolo, la cui religiosit trovava la sua principale espressione proprio nel culto delle icone.  probabile tuttavia che tutte queste considerazioni siano all'origine del decreto, con il quale nel 726 proib il culto di tutte le immagini, sia quelle riprodotte su tavole di legno sia quelle presenti in affreschi e mosaici, ordinandone la distruzione; e ci nonostante l'opposizione del patriarca di Costantinopoli e di papa Gregorio III, che nel 731 scomunic l'imperatore e i suoi sostenitori. Il figlio Costantino Quinto (741-775) prosegu con decisione ancora maggiore la politica paterna, riportando anch'egli importanti vittorie su Arabi e Bulgari, e colpendo duramente i monaci ribelli, di cui furono ridotte sia le ricchezze sia la grande influenza sociale.
Cercando il consenso soprattutto delle province orientali, gli imperatori isauricij mostrarono di aver capito che i destini dell'impero si giocavano su quel fronte e non esitarono a fare scelte che avrebbero potuto avere, come in effetti ebbero, contraccolpi negativi nei territori occidentali (Grecia e Italia), dove le popolazioni accolsero con indifferenza o con ostilit i provvedimenti iconoclastici. Quello che pu dirsi con certezza,  che la loro politica diede i suoi frutti, dato che con le vittorie militari e con il sostegno dei temi orientali riuscirono a bloccare l'avanzata degli Arabi e ad arrestare la crisi dell'impero, che solo pochi decenni prima sembrava destinato al tracollo finale.


10.3
La fine dell'iconoclasmo
e le oscillazioni della politica sociale

Con l'avvento al trono di Costantino Sesto (780-797) e di sua madre Irene, che tenne il potere prima in nome del figlio minorenne e poi da sola, dopo averlo fatto uccidere, sembr che si volesse rinunciare alla politica degli imperatori isaurici, dato che fu nominato nel 784 un patriarca iconodulo, cio favorevole al culto delle immagini; tre anni dopo il Settimo Concilio ecumenico di Nicea, l'ultimo riconosciuto come tale da tutta la Cristianit condann l'iconoclasmo come eresia. La soluzione definitiva della controversia iconoclastica doveva per tardare ancora di alcuni decenni. Innanzitutto la posizione di Irene, fortemente contestata all'interno, era indebolita dal mancato riconoscimento del papato, che la considerava un usurpatrice, ritenendo per ci stesso il trono vacante; cosa che aveva fornito il pretesto, come si ricorder, per l'incoronazione imperiale di Carlo Magno. Questi d'altra parte, desideroso di normalizzare i suoi rapporti con Bisanzio, si mostrava disposto a prendere in considerazione l'idea, nata negli ambienti di corte, di un suo matrimonio con la stessa Irene. La deposizione dell'imperatrice nell'802 rimise tutto in discussione e Carlo Magno dovette attendere fino all'812, per avere il sospirato riconoscimento del suo titolo dall'imperatore Michele Primo (811-813).
Con il successore di questi, Leone Quinto (813-820), si ebbe un ritorno al potere della corrente iconoclasta ("secondo iconoclasmo"), sia pur senza le asprezze del tempo degli imperatori isaurici. La contesa sar chiusa solo nell'843 dall'imperatore Michele Terzo (842-867), il quale, richiamandosi al Concilio di Nicea del 787, riafferm la liceit del culto delle immagini. L'evento, celebrato ancora oggi dalla Chiesa greca l'11 marzo come festa del trionfo dell'ortodossia sull'eresia, veniva a coincidere, forse non a caso, con l'attenuarsi del pericolo arabo. Alla minore pressione esterna  da collegare anche la ripresa della grande propriet terriera, ad opera non tanto dei superstiti dell'antica nobilt senatoriale, quanto piuttosto degli esponenti della burocrazia della capitale, dell'alto clero, dei vertici militari e dell'amministrazione civile e militare dei temi, ai quali si affiancavano i grandi mercanti di Costantinopoli e delle altre citt. Ad essa faceva da riscontro la crisi di quel ceto di piccoli proprietari, stratioti o contadini liberi, che aveva formato nel recente passato il nerbo degli eserciti e dell'apparato produttivo bizantino. Della gravit del problema si resero conto l'imperatore Romano Lecapeno (920-944) e i suoi successori Costantino Settimo Porfirogenito (944-959) e Romano Secondo (959-963), tutti autori di novelle, cio nuove leggi in difesa della propriet degli stratioti e dei contadini liberi: in caso di vendita delle loro terre erano favoriti i vicini che non fossero grandi proprietari; veniva controllata la congruit del prezzo pagato e si annullavano, con o senza indennizzo, gli acquisti fatti in maniera irregolare.
Come per  sempre accaduto nel passato e ancora oggi accade, provvedimenti di questo genere potevano rallentare, ma non bloccare processi che nascevano da motivazioni sociali pi profonde: nonostante la protezione della legge, i contadini impoveriti e impotenti a far fronte ai loro doveri fiscali preferivano cedere le loro terre a un potente e mettersi sotto la sua protezione, cos come avveniva in Occidente. Senza contare poi che gli stessi funzionari provinciali, i quali dovevano vigilare sulla correttezza delle compravendite di terre, appartenevano proprio a quelle famiglie che traevano vantaggio dall'impoverimento dei piccoli proprietari. Espressione dei nuovi rapporti di forza ormai instauratisi nella societ fu l'imperatore Niceforo Foca (963-969), esponente di una grande famiglia aristocratica, il quale eman addirittura leggi a tutela dei potenti, favorendo la concentrazione delle terre nelle loro mani. I suoi successori Giovanni Zimisce (che abbiamo gi nominato per i suoi rapporti con Ottone Primo di Sassonia) e Basilio Secondo (976-1025) ripresero invece la politica antinobiliare di Romano Lecapeno, vietando la cessione all'aristocrazia fondiaria dei beni dei piccoli proprietari; il che provoc vaste rivolte della nobilt di provincia.
I provvedimenti di Giovanni Zimisce e di Basilio Secondo consentirono di contenere in qualche misura la pressione dell'aristocrazia sullo Stato e sulla societ, ma non potevano ribaltare una situazione che vedeva nelle campagne il netto predominio dei grandi proprietari e la diffusione di rapporti di dipendenza personale, per tanti versi simili a quelli delle campagne occidentali. Si pu parlare per questo periodo di feudalesimo bizantino? Approfondiremo la questione pi avanti, nell'ambito del dibattito storiografico. Qui intanto precisiamo che i rapporti tra contadini e signori si configuravano in maniera non del tutto coincidente con le consuetudini del mondo occidentale. Le campagne dell'impero bizantino erano, dove pi dove meno, collegate con il mercato sia locale che internazionale, per cui le citt, luoghi di residenza di molti proprietari fondiari, esercitavano una funzione di stimolo sull'attivit delle famiglie contadine. L'esistenza di un apparato pubblico, di gran lunga pi efficiente di qualsiasi altro a quel tempo, rendeva inoltre lo Stato in qualche modo sempre presente, per cui non si ebbe quel totale trasferimento di poteri ai signori, che caratterizzava le campagne europee.


10.4
Il rafforzamento del potere imperiale
e la ripresa dell'espansione territoriale

L'imperatore bizantino, potendo contare su un efficiente apparato burocratico, aveva strumenti di direzione politica e di intervento nella vita sociale, sconosciuti ai sovrani dell'Occidente e paragonabili soltanto a quelli del sultano di Baghdad. La sua posizione si era venuta infatti progressivamente rafforzando a partire gi dai primi decenni dell'VIII secolo, al tempo della dinastia isaurica, per raggiungere livelli assai alti al tempo di Leone VI, agli inizi del Nono secolo. L'imperatore, vero e proprio rappresentante di Dio sulla terra, capo dell'esercito e dell'amministrazione, garante della giustizia e della pace, era anche il difensore della Chiesa e della vera fede.
Un ecclesiastico di notevole cultura e di grande personalit, il patriarca Fozio, eletto nell'858, cerc di contrastare la tendenza del potere imperiale a imporsi anche alla Chiesa (cesaropapismo), teorizzando l'equivalenza dei due poteri, ma non riusc a cambiare una situazione ormai consolidata. L'imperatore decideva in merito all'elezione del patriarca, che egli era in grado di deporre, se non perfettamente allineato sulle sue posizioni, e legiferava anche in materia di fede, essendo interessato a combattere ogni movimento eretico, per preservare l'unit religiosa dello Stato. Ne risult un legame strettissimo tra Stato e Chiesa, molto pi stretto di quello che si cercava di realizzare in Occidente: un legame che non diede quasi mai luogo a conflitti laceranti, dato che la compenetrazione tra i due poteri avvenne sempre all'insegna di un'indiscussa egemonia di quello imperiale.
Al rafforzamento dell'autorit degli imperatori contribuirono anche i successi che seppero conseguire sul piano militare gli esponenti della dinastia macedone; a loro si deve il potenziamento della marina militare, articolata in una flotta imperiale e in flotte tematiche, che operavano al comando degli strateghi dei varii temi. I primi successi di rilievo furono conseguiti da Romano Lecapeno negli anni 943-944 con la riconquista dell'importante centro strategico di Edessa (oggi Urfa, nel Curdistan turco), i cui abitanti si convertirono di nuovo al Cristianesimo. Risultati brillanti consegu anche Niceforo Foca nei pochi anni del suo regno, recuperando Creta nel 961, Aleppo l'anno dopo e buona parte della Siria con Antiochia nel 969. Giovanni Zimisce continu la sua opera, riconquistando Libano e Palestina, e spingendosi fin nei pressi di Gerusalemme.
Dei successi riportati in Italia, che culminarono nella creazione del catepanato con sede a Bari, si  gi parlato nel capitolo precedente. Ci resta invece da dedicare attenzione al fronte settentrionale, quello cio dei Balcani e del mar Nero, molto pi complesso e difficile, data l'aggressivit dei Russi e delle popolazioni delle pianure sarmatiche (Peceneghi, Cumani) nonch delle formazioni slavo-bulgare dei Balcani.
Contro di loro le vittorie si alternarono a gravi disfatte e la stessa Costantinopoli dovette sostenere attacchi navali da parte dei Russi nell'860 e nel 907 nonch un violento assedio da parte del re dei Bulgari Simeone (893-927), il quale, educato a Costantinopoli, aveva assunto il titolo di zar (= Cesare) e ambiva ad annettersi l'intero Impero, per dar vita a un grande Stato bulgaro-bizantino.



approfondimenti

Il FUOCO GRECO, ARMA SEGRETA DEI BIZANTINI

La resistenza di Costantinopoli ai violenti assedi di Avari, Arabi, Bulgari, Russi fu resa possibile, oltre che dalle formidabili mura della citt, anche dall'impiego di un'arma segreta, il cosiddetto "fuoco greco", una miscela di petrolio, calce viva, pece, zolfo, salnitro, fosforo e nitrato di potassio, che prendeva fuoco a contatto con l'acqua.
Ne  considerato inventore Callinico di Eliopoli, un architetto ebreo di lingua greca, trasferitosi a Costantinopoli quando la Siria fu conquistata dagli Arabi. La sua composizione fu considerata un segreto di Stato, gelosamente custodito da Callinico e dai suoi discendenti, che ne ebbero il monopolio della produzione, talch ancora oggi non se ne conosce la formula esatta.
Il fuoco greco poteva essere lanciato a distanza in piccoli recipienti o versato addosso agli assalitori dall'alto delle mura delle citt, ma venne impiegato, gi a partire dal finire del VII secolo, soprattutto nelle battaglie navali, grazie a sifoni montati sulla prua delle navi, che permettevano di soffiarlo sulle imbarcazioni nemiche, alla maniera dei moderni lanciafiamme.
Le sue capacit distruttive erano indubbie, ma pi efficace ancora era il suo carattere spettacolare, che produceva un notevole effetto psicologico su chi ne era investito.

Fu merito del pi volte citato Romano Lecapeno se anche questo difficile momento fu superato. Egli, infatti, seppe dar vita ad una rete di alleanze, che portarono all'accerchiamento dei Bulgari ad opera di Serbi, Croati e Russi, per cui fu possibile arrivare a una soluzione di compromesso. In base ad essa Simeone rinunci ai suoi ambiziosi progetti, accontentandosi del titolo di basileus dei Bulgari. I suoi successori tentarono pi volte di riprendere l'iniziativa, finch non furono definitivamente vinti e sottomessi nel 1014 dall'imperatore Basilio Secondo (976-1025), detto Bulgaroctono, cio sterminatore dei Bulgari. Con lui Bisanzio aveva ripreso ormai il controllo di tutta l'area balcanica, che fu riorganizzata dal punto di vista politico-amministrativo e religioso. Vi fu introdotta l'organizzazione dei temi, che proprio agli inizi dell'XI secolo raggiunse la massima diffusione, mentre la Chiesa bulgara, che al tempo del re Boris (852-893) era stata eretta in patriarcato, dotato di larga autonomia dalla Chiesa bizantina, fu trasformata in archiepiscopato e sottomessa al patriarca di Costantinopoli.


10.5
La concorrenza e lo scisma tra Chiesa greca e Chiesa romana

La cristianizzazione degli Slavi e delle altre popolazioni pagane dei Balcani e della Russia, che si traduceva in ampliamento dell'influenza politica, se non sempre del dominio di Bisanzio, avveniva per in concorrenza con la Chiesa di Roma e con i Franchi, la cui avanzata in Europa ugualmente procedeva, come si ricorder, in concomitanza con l'attivit missionaria promossa dal papato. Un vero e proprio conflitto scoppi per il controllo della Chiesa bulgara, che re Boris aveva tentato invano di mantenere del tutto autonoma da Bisanzio, stringendo rapporti contemporaneamente anche con Roma. Il seggio patriarcale di Costantinopoli era allora occupato dal gi citato Fozio, nominato dall'imperatore Michele Terzo dopo la deposizione del predecessore Ignazio, ma non riconosciuto da papa Niccol I. Dopo un violento scambio di lettere con il papa, in cui veniva denunciata l'ingerenza della Chiesa romana nell'area di influenza del patriarcato costantinopolitano, Fozio nell'867, richiamandosi alla cosiddetta "disputa del Filioque", fece scomunicare il papa da un concilio riunito a Costantinopoli. Si trattava di questo: gi da tempo in Occidente nella recita del Credo si professava la dottrina della derivazione dello Spirito Santo non solo dal Padre, ma anche dal Figlio (qui Patri Filioque procedit): dottrina, che non corrisponde a quella stabilita dal Concilio di Nicea del 325, in base alla quale lo Spirito Santo deriva soltanto dal Padre.
La questione fu accantonata in seguito alla deposizione di Fozio, decisa dal concilio di Costantinopoli dell'869-870, il quale deliber anche in maniera definitiva sulla sottomissione della Chiesa bulgara all'autorit del patriarca di Bisanzio. Ancora una volta sulle decisioni del concilio aveva pesato l'autorit dell'imperatore, in questo caso Basilio I, il quale, non volendo rompere con il papato, punt a una soluzione di compromesso, sacrificando Fozio, ma nello stesso tempo salvaguardando gli interessi della Chiesa costantinopolitana.
Nell'877 per l'energico patriarca recuper il suo seggio, salvo a perderlo poi di nuovo dopo l'ascesa al trono di Leone VI, di cui era stato maestro. Nel frattempo aveva dato nuovo impulso all'opera di cristianizzazione degli Slavi, soprattutto in Serbia e Macedonia. Ad esse si aggiunger la Russia alla fine del Decimo secolo.
Ad abbassare la tensione tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, contribu in maniera decisiva la crisi del papato nel corso del Decimo secolo; e infatti, quando essa fu superata agli inizi del nuovo millennio, i rapporti divennero di nuovo assai tesi. Ai vecchi problemi della giurisdizione sui cristiani dell'area balcanica e del "Filioque", intanto, altri, sia pur meno gravi, se ne erano aggiunti nel corso degli anni, tra cui il matrimonio dei preti (non consentito in Occidente) e l'uso del pane lievitato nella celebrazione dell'Eucarestia (proibito dalla chiesa bizantina). La situazione esplose a met dell'XI secolo, quando alla guida delle due Chiese vennero a trovarsi prelati intransigenti, nemici di ogni compromesso. A Roma era papa Leone IX, gi vescovo di Toul in Lorena e, come vedremo meglio pi avanti, pienamente impegnato nella restaurazione dell'autorit papale, il quale al Concilio di Reims del 1049 aveva rivendicato il primato della sede romana all'interno della Chiesa universale. A Costantinopoli era patriarca Michele Cerulario, fiero oppositore del primato papale, il quale nel 1053 ordin la chiusura delle chiese di rito latino della citt, perch vi si faceva uso del pane lievitato nella celebrazione dell'Eucarestia.
Il problema pi grave restava per sempre quello del "Filioque", a proposito del quale la posizione della Chiesa orientale era stata ribadita di recente con un trattato del monaco Niceta Stetato. Dal momento che l'imperatore Costantino Decimo era interessato a non far precipitare la situazione, da Roma fu inviata una delegazione per tentare di appianare i contrasti: delegazione, guidata per da una persona poco adatta, il monaco Umberto di Moyenmoutier, cardinale di Silva Candida, di cui era noto il carattere intransigente.
E infatti, nonostante i tentativi di conciliazione dell'imperatore, il 15 luglio 1054 i tre legati papali deposero sull'altare della chiesa di S. Sofia la bolla di scomunica del Cerulario, il quale ovviamente fece lo stesso nei loro confronti.
Lo scisma tra le due Chiese, contrariamente a quel che si potrebbe credere, non fu sentito affatto come un avvenimento traumatico dal mondo cristiano; anzi tutto lascia credere che quasi non sia stato avvertito. Pi volte infatti nel passato c'erano stati momenti di tensione e scambi di scomuniche tra i vertici ecclesiastici romani e bizantini, e probabilmente anche questo ennesimo conflitto si sarebbe risolto col tempo, se non fossero intervenuti sviluppi successivi, destinati a rendere definitiva la frattura tra due mondi, che nel loro complesso andavano, comunque, sempre pi differenziandosi tra di loro.
L'elemento che pes di pi fu tuttavia l'orientamento in senso fortemente monarchico che il papato assunse tra Undicesimo e Dodicesimo secolo, per cui i teologi bizantini sostenevano che era la Chiesa di Roma, e non quella di Costantinopoli, ad allontanarsi dall'ortodossia e a mettere in discussione l'assetto elaborato dai primi concili ecumenici, i quali avevano previsto una Cristianit raccolta intorno ai cinque patriarcati di Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli, e non un'organizzazione di tipo gerarchico culminante nel papa di Roma. Ma su questi sviluppi in senso monarchico della Chiesa di Roma avremo occasione di ritornare tra non molto. Qui dobbiamo fare invece un passo indietro e completare il quadro dell'et d'oro di Bisanzio.


10.6
Economia urbana e produzione artistico-culturale

I successi conseguiti dall'impero sia nella riorganizzazione del suo apparato politico amministrativo sia sul piano diplomatico-militare si inserivano nel contesto di una crescita generale della societ bizantina. Sul piano economico le attivit produttive e commerciali, che avevano la loro sede naturale nelle citt, apparivano in piena ripresa tra Nono e Decimo secolo, e la moneta bizantina era forte sui mercati internazionali, tra cui anche quello italiano.
Costantinopoli era allora il pi importante centro commerciale e produttivo del Mediterraneo ed era nota in tutto il mondo per la produzione di stoffe e sete. Altre citt importanti per i commerci internazionali erano Tessalonica (oggi Salonicco) e Corinto in Grecia, Trebisonda e Amastri sul mar Nero, Efeso e Attalia sulle coste del Mediterraneo (tutte oggi in Turchia). Tranne che per Costantinopoli, non sappiamo con precisione come fossero regolati i commerci e le attivit produttive, ma probabilmente dovunque era assai forte il controllo dello Stato. Lo fa pensare un testo della fine del Nono o degli inizi del Decimo secolo, il Libro dell'eparco (= prefetto), dal quale emerge che a Bisanzio tutti i mestieri erano organizzati in corporazioni, che operavano sotto il controllo delle autorit statali: erano infatti queste a regolare i prezzi e le modalit di vendita e acquisto dei prodotti. Un tale tipo di organizzazione alla lunga si riveler per di ostacolo allo sviluppo delle attivit economiche, contribuendo a mettere gli operatori locali in condizione di debolezza nei confronti della concorrenza degli stranieri, e dei Veneziani in particolare.
Le citt, e Costantinopoli in primo luogo, erano anche sede di un'intensa attivit artistica e culturale, che vedeva impegnati in prima persona gli stessi imperatori. Leone Sesto ebbe fama di filosofo, teologo e giurista. Il suo nome  legato soprattutto alla revisione del diritto giustinianeo, gi avviata dal padre Basilio I, che si tradusse nella pubblicazione in greco moderno di una raccolta di leggi in sessanta libri, i Basilici.
Molteplicit di interessi scientifici e letterari ebbe, tra i suoi successori, Costantino Settimo Porfirogenito, autore di molte opere, tra cui due trattati a carattere storicogeografico sulle province dell'impero, i temi e L'amministrazione dell'impero, e il trattato sulle Cerimonie della corte bizantina, in cui  esposta l'ideologia politica imperiale.
La fioritura culturale, gi evidente nel Nono secolo attraverso l'opera di Fozio, raggiunse la sua vetta pi alta a met dell'XI secolo con Michele Psello. Grande filosofo, teologo, storico nonch statista senza scrupoli, fece rinascere le antiche scuole di Costantinopoli ed esercit una grande influenza sulla corte imperiale.


10.7
L'inizio del declino e il costoso aiuto veneziano

Proprio quando il prestigio politico-culturale di Bisanzio era al culmine e l'autorit degli imperatori si esercitava su un territorio che in certi punti coincideva con quello dell'antico impero romano, apparvero minacciosi all'orizzonte i segni di un rapido declino.
Innanzitutto con la fine della dinastia macedone, nel 1056, cominci un mezzo secolo di lotte per il potere tra alta burocrazia e nobilt della capitale, da una parte, e aristocrazia fondiaria delle province dall'altra. La vittoria di quest'ultima port all'abbandono della politica a sostegno della propriet contadina e alla concessione di ampi privilegi ai signori fondiari, esentati anche dal pagamento delle tasse. Intanto si riducevano le risorse finanziarie dello Stato in seguito alla riduzione del numero dei contribuenti e agli sprechi della corte per donazioni, feste, opere edilizie. Tutto questo, mentre aumentava di nuovo la pressione sulle frontiere ed era necessario trovare i mezzi per arruolare truppe mercenarie, perch la rovina della piccola propriet contadina privava lo Stato dell'apporto militare degli antichi stratioti.
Il pericolo veniva da tutte le parti. Sul fronte orientale la minaccia era rappresentata dai Turchi selgiuchidi, i quali, provenienti dalle steppe dei Kirghisi (Turkestan), si erano impadroniti di Baghdad. Qui, come si ricorder, risiedeva il califfo della dinastia degli Abbasidi, massima autorit religiosa e politica del mondo islamico, i cui poteri effettivi erano allora assai limitati, perch l'antico impero arabo si era frantumato in un gran numero di formazioni politiche pi o meno autonome. Con la conquista dei Selgiuchidi il califfato restava formalmente in vita, ma il potere effettivo era nelle mani dei conquistatori, il cui capo Tughril Beg ricevette nel 1056 dal califfo al-Qim il titolo di sultano. Egli e i suoi primi due successori, detti i "Grandi Selgiuchi", diedero subito inizio a una vasta offensiva contro i Fatimiti dell'Egitto e gli altri potentati musulmani, ripristinando in poco tempo l'antico impero e l'unit religiosa in una vasta area, che andava dall'Anatolia all'Afghanistan.
In essa erano comprese anche la Siria e la Palestina, sottratte ai Fatimiti; Gerusalemme fu conquistata nel 1070. L'anno dopo si ebbero lo scontro diretto con i Bizantini e la sconfitta a Manzicert, in Armenia, dell'imperatore Romano Quarto Diogene, che cadde anche prigioniero.
Nel 1081, quando l'imperatore Alessio Comneno (1081-1118) riusc finalmente a conquistare in maniera definitiva il potere per la sua famiglia, all'impero era rimasto in Asia un territorio corrispondente a meno di un quarto dell'attuale Turchia.
Il pericolo maggiore, dato che veniva posta in gioco la sopravvivenza stessa dell'impero, venne per dai Normanni dell'Italia meridionale. Di loro parleremo pi ampiamente nel cap. 17; qui ce ne occupiamo soltanto in riferimento alla storia di Bisanzio, alla cui gi indebolita posizione inflissero un altro durissimo colpo. Dopo aver infatti espulso i Bizantini dall'Italia ed essersi impadroniti di Durazzo (oggi in Albania), puntarono addirittura alla conquista di Costantinopoli. Disperando di poterli fermare con le sue sole forze, l'imperatore Alessio Comneno (1081-1118) chiese l'aiuto di Venezia, che effettivamente sconfisse i Normanni per mare, ma chiese un compenso assai alto per il suo aiuto, facendosi concedere, con un diploma imperiale (crisobolla) del 1082, amplissimi privilegi. In base ad essi i Veneziani potevano commerciare liberamente in tutte le citt dell'impero, compresa Costantinopoli, senza pagare i dazi e le altre tasse, che invece gravavano sugli operatori locali. Il risultato fu che in breve tempo essi divennero arbitri della vita economica dell'impero, risucchiando la maggior parte delle sue risorse finanziarie.
Espressione del dissesto delle finanze dello Stato erano la progressiva svalutazione della moneta bizantina e l'aumento della pressione fiscale, che per non contribuiva a migliorare i conti pubblici, dato che i contadini, per sottrarsi al fisco e agli abusi degli esattori, preferivano cedere le loro terre ai signori e mettersi sotto la loro protezione.
Mentre l'aristocrazia militare delle province faceva sentire sempre di pi la sua forza sul potere centrale, l'impero si andava configurando nel corso del Dodicesimo secolo come un'appendice di Venezia, che agli inizi del secolo seguente ne assumer, sia pur temporaneamente, il controllo diretto; ma si tratta di sviluppi, sui quali ci soffermeremo in maniera pi ampia nel cap. 17.


 ESISTITO UN FEUDALESIMO BIZANTINO?


Il dibattito storiografico

Tra Decimo e Undicesimo secolo nelle campagne dei territori bizantini diventano evidenti il netto predominio dei grandi proprietari e la diffusione di rapporti di dipendenza personale, per tanti versi simili a quelli delle campagne occidentali.
Si pu parlare per questo periodo di feudalesimo bizantino? La questione, assai dibattuta negli anni Cinquanta del secolo scorso,  stata riassunta da J. Ferluga, Bisanzio. Societ e sfato, Firenze, Sansoni, 197 pp. 71-72.
Gli storici danno risposte diverse a seconda del significato che attribuiscono al termine "feudalesimo". Coloro che lo riferiscono al vassallagio alla maniera dei Franchi, vale a dire a quei particolari rapporti che si instaurarono all'interno delle classi dirigenti dell'Europa occidentale, negano decisamente che quel fenomeno avesse qualcosa a che vedere con il mondo bizantino. Tra essi innanzitutto P. Lemerle, che tratt il problema in una serie di articoli apparsi negli anni 1958-59, tra cui quello pubblicato nei numeri 219 e 220 della "Revue historique" con il titolo Esquisse pour une histoire agraire de Byzance: les sources et les problmes. Dello stesso parere si  detto, trattando del problema della prnoia (la rendita versata dai contadini ai funzionari civili e militari dello stato), H. Ahrweiler, La "pronoia" a Byzance, in Structures fodales et fodalisme dans l'Occident mditerranen (X -XIII sicles), Roma, cole franaise de Rome, 1980, secondo il quale, se quell'istituzione di carattere fiscale poteva dar luogo a vincoli di dipendenza, questi non possono essere definiti feudali.
In sostanza questi storici ritengono che quella rete di rapporti vassallatico-beneficiari, che sopperiva alla dissoluzione degli Stati carolingi e, nello stesso tempo, l'aggravava, non esisteva nel mondo bizantino sia perch lo Stato mantenne un suo saldo apparato amministrativo centrale e periferico sia perch l'economia, pur ruralizzandosi in varia misura nei diversi territori dell'impero, mantenne pur sempre un carattere decisamente monetario, per cui era possibile mantenere in piedi una classe di funzionari pubblici stipendiati. Gli stessi rapporti tra contadini e signori si configuravano in maniera non del tutto coincidente con le consuetudini del mondo occidentale. Le campagne dell'impero bizantino erano, dove pi dove meno, collegate con il mercato sia locale che internazionale, per cui le citt, luoghi di residenza di molti proprietari fondiari, esercitavano una funzione di stimolo sull'attivit delle famiglie contadine. L'esistenza di un apparato pubblico, di gran lunga pi efficiente di qualsiasi altro a quel tempo, rendeva inoltre lo Stato in qualche modo sempre presente, per cui non si ebbe quel totale trasferimento di poteri ai signori, che caratterizzava le campagne europee.
L'esistenza di un feudalesimo bizantino  stata invece negata solo fino alla fine dell'XI secolo dal bizantinista tedesco F. Dlger, autore del saggio Der Feudalismus in Byzanz, in Studien zum mittelalterlichen Lehenswesen, Lindau-Konstanz, Thorbecke, 1960, ritenendo egli che successivamente gli imperatori, i quali avevano conosciuto i rapporti vassallatici in seguito alla formazione di signorie feudali nei territori conquistati dai crociati (ne parleremo nel cap. 17), ne fecero largamente uso, per cui i grandi proprietari fondiari videro crescere di molto il loro potere sia all'interno della corte sia nelle campagne, ottenendo da un potere centrale sempre pi debole prerogative non molto diverse rispetto a quelle dei signori fondiari dell'Occidente.
Diversamente si pone la questione se per feudalesimo si intende genericamente un tipo di organizzazione economico-sociale caratterizzata dalla dipendenza personale dei contadini dai proprietari fondiari. In questo senso il termine  usato da G. Ostrogorsky nel suo libro Pour l'histoire de la fodalit byzantine, Bruxelles, Corpus Bruxellense historiae Byzantinae, 1954, nel quale, trattando della prnoia, la qualifica come un'istituzione feudale sviluppatasi autonomamente all'interno del mondo bizantino e non importata dall'esterno. Sul problema lo studioso, nato a Leningrado, ma serbo di adozione (nella bibliografia al cap. 3 abbiamo ricordato il suo manuale di storia bizantina),  tornato con varii articoli fino al 1971, nei quali ha indagato gli inizi del processo di feudalizzazione, che egli considera gi avviato nel Decimo secolo, e gli sviluppi dei secoli seguenti.
Nel dibattito si sono poi inseriti negli anni Sessanta gli storici sovietici, i quali hanno affrontato il problema alla luce delle teorie del materialismo storico (ne parleremo pi diffusamente nel cap. 20), individuando nei rapporti tra coltivatori e proprietari fondiari un chiaro esempio di modo di produzione feudale. Oggi, con il progredire degli studi, il problema dei nomi appassiona di meno gli storici, anche perch si conosce meglio la realt che sta dietro di essi, per cui si pu anche parlare di feudalesimo bizantino, ma facendo attenzione a non generalizzare e tenendo ben presente che di feudalesimi ne esistono tanti, ognuno con le sue peculiarit.
Per approfondire la questione del feudalesimo bizantino, sono utili, oltre alle opere gi citate, anche le seguenti pubblicazioni: N. Svoronos, tudes sur l'organisation intrieure, la socit et l'economie de l'empire byzantn, London, Variorum Reprints, 1973; . Patlagean, "Economie paysanne" et "fodalit byzantine", in "Annales E.S.C.", 30 (1975); M. Loos, Quelques remarques surles communauts rurales et la grande proprit terrienne a Byzance, in "Byzantinoslavica", 39 (1978); M. Gallina, L'impero bizantino, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. Secondo (soprattutto le pp. 78-82).


Bibliografia

Per un quadro complessivo della storia di Bisanzio nel periodo qui trattato sono ancora indispensabili delle opere gi citate nel cap. 3, quali G. Ostrogorsky, Storia dell'impero bizantino, Torino, Einaudi, 1968; D. Obolensky, Il Commonwealth bizantino. L'Europa orientale dal 500 al 1453, Roma-Bari, Laterza, 1974; M. Gallina, Potere e societ a Bisanzio. Dalla fondazione di Costantinopoli al 1204, Torino, Einaudi, 1995.
Ad esse sono da aggiungere, per questioni specifiche, Venezia e il Levante fino al Quindicesimo secolo, Pisa, Olschki, 1973; A. Guillou-F. Burgarella-A. Bausani, L'impero bizantino e l'islamismo, Torino, UTET, 1981; E. Ashtor, Storia economica e sociale del Vicino Oriente nel Medioevo, Torino, Einaudi, 1982; G. Fedalto, Le Chiese d'Oriente, Milano, Jaca Book, 1984; Michele Psello, Imperatori di Bisanzio, Milano, Fondazione Valla Mondadori, 1984; A. Toynbee, Costantino Porfirogenito e il suo mondo, Firenze, Sansoni, 1987.





Parte Terzo l'apogeo della civilt medioevale

Incremento demografico e progressi dell'agricoltura nell'Europa dei secoli XI-XIII



11.1
L'aumento della popolazione

Nella seconda met del secolo Undicesimo abbiamo visto comparire all'improvviso sulla scena del Mediterraneo orientale nuovi soggetti politici, capaci di infliggere un duro colpo alla potenza dell'impero bizantino, allora all'apice del suo splendore. Tra essi, due venivano dall'Occidente, anzi dall'Italia: i Normanni e i Veneziani. Era questa la prima volta, dopo la fine delle conquiste romane, che l'Occidente andava alla conquista dell'Oriente. N si trattava di un fatto occasionale, essendo anzi Normanni e Veneziani solo la punta avanzata di un movimento pi ampio, che vedeva tutte le regioni dell'Occidente in crescita pi o meno rapida e alla ricerca di nuovi sbocchi commerciali. Ma quando e come era iniziata questa fase di crescita? E, soprattutto, si trattava di un fenomeno improvviso o del risultato di una lenta maturazione? Nel passato, quando prevaleva la tendenza a privilegiare i momenti di rottura nello svolgimento del corso della storia, si accentuava il carattere progressivo del secolo Undicesimo rispetto a quello precedente, definito, come si  visto, "secolo di ferro". Anzi nel Settecento, in piena et illuministica, per spiegare l'improvvisa crescita del secolo XI, era stata ripresa la leggenda dell'Anno Mille, gi affiorata in scrittori del Cinque-Seicento. In base ad essa, sul finire del primo millennio si sarebbe arrestato lo sviluppo economico e sociale, essendo gli uomini in attesa della fine del mondo; solo all'apparire dell'alba radiosa del nuovo millennio, fugato ogni timore di un'imminente catastrofe, gli uomini si sarebbero dati da fare, per recuperare il tempo perduto. Oggi invece, grazie al continuo progredire degli studi, siamo in grado di capire meglio la dinamica di certi fenomeni e di cogliere, accanto alla rapidit di eventi che segnano effettivamente delle fratture nel corso della storia, il movimento molto pi lento dei processi di lunga durata, quali, ad esempio, l'andamento demografico, l'evoluzione delle tecniche agrarie, la formazione e i mutamenti delle rotte commerciali.
Agli inizi del nuovo millennio  certo che la popolazione europea, dopo il calo dei secoli III-VI e la stagnazione di quelli seguenti, era di nuovo in aumento. Dati precisi, validi per tutta l'Europa, non ne abbiamo, perch le fonti del tempo non ci forniscono informazioni di natura statistica, ma gli elementi in possesso degli storici sono tanti e cos concordi, che il fenomeno non pu essere messo in dubbio. Ovunque  in atto un ampliamento delle terre messe a coltura attraverso impegnative opere di dissodamento, diboscamento, bonifica. Le citt si ripopolano e diventano centri di scambi e di attivit produttive. Salgono i prezzi dei prodotti agricoli, che ora trovano nel mercato cittadino uno sbocco molto pi consistente che nel passato. Le famiglie nobili, di cui  possibile ricostruire la genealogia, risultano formate da un numero maggiore di membri. Il possesso fondiario appare sempre pi frantumato nel passaggio da una generazione all'altra, segno che viene diviso tra un numero pi grande di figli. I resti ossei, rinvenuti dagli archeologi medievali, autorizzano a pensare a un aumento della durata media della vita.
A questi elementi, nessuno dei quali da solo potrebbe essere decisivo, bisogna aggiungerne un altro, non sempre di facile interpretazione: la fondazione di nuovi villaggi. Essa di per se stessa potrebbe non significare molto, dato che nuovi abitati nascono anche quando la popolazione  in calo e per ragioni diverse dalla messa a coltura di nuove terre, come, ad esempio, per controllare una zona di confine. Tuttavia, le citt e i villaggi fondati nei secoli XI-XII sono cos numerosi, che non vi possono essere dubbi sul fatto che all'origine del fenomeno ci sia un aumento della popolazione, anche se non  facile individuarne l'inizio.
A giudicare dai dati forniti dai polittici (inventari) di alcune grandi propriet francesi, gi tra Nono e Decimo secolo appare avviato un lento aumento della popolazione contadina, probabilmente frenato dalle devastazioni provocate da Ungari, Saraceni e Normanni; il loro arresto verso la met del secolo X, contribuendo a migliorare di molto la sicurezza, consent alla popolazione di crescere in maniera pi spedita. L'unica regione dell'Europa, per la quale  possibile con una certa approssimazione elaborare una stima dell'incremento demografico,  l'Inghilterra, e ci grazie al Domesday Book (Libro del giorno dell giudizio): una specie di censimento a fini fiscali di tutti gli abitanti del regno, compilato tra il 1080 e il 1086, e dal quale risulta una popolazione di circa 1.100.000 abitanti, divisi in 300.000 nuclei familiari. Poich agli inizi del Quattordicesimo secolo gli abitanti erano cir 3.500.000,  evidente che in poco pi di 200 anni la popolazione inglese si era poco pi che triplicata.
 possibile dare a questo dato un carattere generale e concludere che in tutta Europa la popolazione si triplic tra Undicesimo e Tredicesimo secolo? Certamente no, perch le condizioni di partenza dei varii paesi dell'Europa non erano le stesse. L'Italia, ad esempio, nei secoli dell'alto Medioevo era molto pi popolata e quindi aveva meno terre da mettere a coltura; rispetto a paesi come la Germania e l'Inghilterra; perci  stato stimato che la sua popolazione si sia soltanto raddoppiata tra il Mille e gli inizi del secolo XIV, passando da 5 a 9-10 milioni. A questo  da aggiungere che c'erano forti squilibri tra una regione e l'altra e all'interno della stessa regione, per cui villaggi vicini potevano registrare andamenti demografici molto diversi, come, ad esempio,  documentato in Provenza. Nell'insieme, tuttavia, nessuno dubita che i primi tre secoli del nuovo Millennio abbiano fatto registrare in Europa un consistente aumento della popolazione e che esso sia stato di carattere naturale, non essendo avvenute in quel periodo immigrazioni di nuovi popoli. Tuttora aperta resta, invece, la questione della causa del fenomeno: ci fu un aumento della natalit, un calo della mortalit in seguito al miglioramento dell'alimentazione e delle condizioni di vita in generale o l'uno e l'altro insieme?

11.2
L'ampliamento dello spazio coltivato
e del popolamento rurale

Accanto all'incremento demografico, un altro fenomeno di grandi dimensioni, che coinvolse tutta l'Europa, fu l'ampliamento dello spazio coltivato. Anche a tal proposito  da ricordare che le condizioni di partenza dei varii paesi erano diverse. A causa del loro popolamento molto pi antico ed esteso, l'Italia e la Francia meridionale non avevano le sconfinate distese boschive o incolte dell'Europa centro-orientale, anche se il crollo demografico dei secoli III-VI aveva determinato dovunque un arretramento delle colture. Nelle aree gi relativamente popolate l'espansione delle coltivazioni avveniva a spese di quelle zone incolte che costituivano parte integrante delle curtes e dei territori dei villaggi, per cui non si avevano spostamenti di popolazione e l'opera di dissodamento era il risultato di un contratto tra il proprietario terriero e il coltivatore. In genere il primo concedeva la terra e non di rado sementi e materiali varii, per consentire di avviare l'attivit produttiva, richiedendo in cambio il pagamento di un canone in natura solo a partire dal momento in cui la terra avrebbe cominciato a produrre: momento che, nel caso di alberi da frutta, sarebbe venuto solo dopo alcuni anni. Per lo pi si trattava di accordi verbali, regolati dalla consuetudine del luogo, ma in alcune zone gi molto presto furono messi per iscritto, come ad esempio in Emilia-Romagna e nell'area intorno a Salerno, dove se ne contano per il secolo Decimo rispettivamente 59 e 91.
I pi solleciti nello stipulare patti agrari appaiono gli enti ecclesiastici e soprattutto nonasteri, ma  da credere che l'impressione di minore attivismo da parte dei proprietari laici sia in parte legata alle perdite pi gravi, che ha subito nel corso dei secoli la documentazione delle famiglie nobili rispetto a quella conservata negli archivi ecclesiastici.
Numerose sono comunque le fonti relative all'impegno dei signori laici nella valorizzazione di zone completamente disabitate, nelle quali essi cercavano di attirare coloni sia per valorizzarle sia per accrescere il numero degli uomini soggetti alla loro giurisdizione.
Un questo caso l'opera di colonizzazione richiedeva il trasferimento di gruppi consistenti di contadini, i quali lasciavano le loro terre di origine e davano vita a nuovi villaggi, per lo pi fortificati quando sorgevano in zone militarmente pi esposte, quali potevano essere una strada, il guado di un fiume o un'area di confine con altre signorie. I documenti chiamano i nuovi centri abitati villenuove o borghi franchi, questi ultimi con chiaro riferimento alle particolari condizioni giuridiche, di cui godevano i loro abitanti. A loro, infatti, i signori, per attirarli sulle proprie terre e per stimolarne l'impegno nella difficile fase preliminare dei lavori di bonifica e diboscamento, concedevano privilegi di vario genere, come ad esempio esenzioni fiscali e garanzie di carattere giudiziario, tra cui il diritto di essere giudicati all'interno del borgo e da giudici espressi dalla comunit. Per avere un'idea della diffusione del fenomeno, basta ricordare che nella sola zona di Parigi si contano ben 500 villenuove tra Undicesimo e Tredicesimo secolo, e che pi di 200 sono quelle documentate nella Pianura padana.
Un ruolo assai importante nell'espansione dello spazio coltivato ebbero anche i nuovi ordini monastici fondati nel corso del secolo XII, i cistercensi e i certosini, di cui torneremo ad occuparci pi avanti, parlando della storia religiosa di questo periodo. Qui ci interessa la loro attivit di colonizzatori, che fu conseguenza indiretta del loro stile di vita monastica. Desiderosi, infatti, di riscoprire lo spirito originario della regola benedettina e insofferenti della ricchezza e della potenza conseguite dalle grandi abbazie del tempo, cercarono soprattutto la solitudine e la povert, rifugiandosi nel cuore della foresta e in territori spopolati, dove erano costretti a provvedere direttamente al proprio sostentamento. Ben presto, tuttavia, i lavori pi pesanti furono lasciati ai conversi, a quei monaci cio che restavano allo stato laico, e intorno ai nuovi monasteri sorsero villaggi di contadini, desiderosi di iniziare una nuova vita sotto la guida e la protezione dei monaci.
Si ricrearono cos condizioni di ricchezza e di potenza, spesso non dissimili da quelle del monachesimo tradizionale. Ciononostante i nuovi ordini mantennero una loro peculiare fisionomia sul piano della spiritualit monastica e diedero un'impronta decisiva al paesaggio agrario delle zone in cui operarono.
Parlando di villenuove e borghi franchi promossi da signori laici e monasteri, non bisogna pensare, per, che tutta la popolazione impegnata nelle opere di colonizzazione vivesse concentrata nei villaggi. L'immagine tradizionale del popolamento medievale per nuclei compatti corrisponde solo in parte alla realt, perch, soprattutto nelle aree pi urbanizzate, la messa a coltura di terre incolte o l'introduzione di nuove e pi redditizie coltivazioni in quelle gi sfruttate comportavano sempre pi spesso la costruzione di nuove dimore per i contadini sparse per i campi. Si trattava di case di legno, elevate non di rado su basi in muratura e che il colono di solito smontava alla fine della locazione, portandosi via il legname. A volte, per, il contratto prevedeva che l'affittuario dovesse lasciare la casa in piedi, qualora il proprietario fosse disposto a pagargliela sulla base di una valutazione fatta da periti del luogo.  quel che accadeva in area salernitana gi tra Decimo e Undicesimo secolo.
Altrove invece, come ad esempio in Toscana, il fenomeno fu pi tardo ed ebbe carattere diverso, legato com'era agli investimenti sempre pi massicci, che nelle campagne facevano mercanti, artigiani e abitanti delle citt in genere. In quel caso, infatti, non si trattava della costruzione di un ricovero per la famiglia del contadino impegnato nell'opera di dissodamento e bonifica, bens di una riorganizzazione dell'attivit produttiva, per cui la casa colonica era in realt il centro di una azienda agraria, nata dall'accorpamento di un certo numero di terre. In questa maniera si superava l'organizzazione dell'Alto Medioevo, caratterizzata, come si  visto, dalla dispersione delle terre, disseminate in territori a diversa vocazione produttiva, e si poteva procedere alla chiusura dei campi mediante siepi e segnali di vario genere, per impedire soprattutto l'ingresso di animali estranei all'azienda. I poderi, come saranno chiamate in et moderna queste aziende, sono documentati in Toscana agli inizi del Trecento e rappresentano il punto di arrivo dei progressi realizzati nell'arco di almeno tre secoli, dato che consentivano di utilizzare in maniera pi razionale il lavoro del contadino o del mezzadro, come poi si dir, in riferimento all'obbligo, che gravava su di lui, di cedere al proprietario del podere la met del raccolto.
L'espansione dello spazio coltivato nei secoli centrali del Medioevo non va considerata, tuttavia, una storia lineare di progressi continui e generalizzati, dai primi dissodamenti e diboscamenti intorno al Mille alla creazione dei poderi mezzadrili. A quell'esito, infatti, non si giunse che in poche zone, l dove c'era disponibilit di capitali da investire nella terra. Nel resto dell'Europa i successi furono pi limitati e, soprattutto, sempre precari, per cui i nuovi villaggi non di rado scomparivano quando la terra messa a coltura si rivelava alla distanza poco produttiva, perch posta a quote troppo alte o per le insufficienze delle tecniche agrarie del tempo.


11.3

Le grandi opere di colonizzazione

Si  parlato finora di dissodamenti, diboscamenti, opere di bonifica, condotte da singoli o da gruppi di coloni in aree gi pi o meno popolate; ma il fenomeno interess anche vastissime aree fino ad allora quasi deserte, assumendo a volte dimensioni notevoli e modificando profondamente la natura stessa dei luoghi.  questo il caso delle aree costiere dei Paesi Bassi, nell'Alto Medioevo scarsamente popolate, perch disseminate di paludi e acquitrini, dai quali sorgevano isolotti di varie dimensioni, abitati da pescatori e produttori di sale. Nell'arco di due-tre secoli l'intera zona fu bonificata attraverso la creazione di grandiose dighe, capaci di impedire l'invasione del mare durante l'alta marea, e di canali di drenaggio per liberare le terre dalle acque, che venivano pompate anche con l'impiego di mulini a vento. Sulle aree recuperate e liberate dalla salsedine si procedette poi a impiantare aziende agrarie e di allevamento, raggiungendo livelli produttivi di grande rilievo, che consentivano di far fronte alla crescente richiesta di generi alimentari da parte delle numerose citt della zona.
Uno sforzo di tali dimensioni fu possibile grazie all'intervento dei conti di Fiandra e di altri signori territoriali, ai quali appartenevano quelle aree che ora, diventate produttive, fornivano nuove entrate, contribuendo al loro rafforzamento anche sul piano politico.
Nello stesso tempo in Spagna, come avremo occasione di dire pi ampiamente nel cap. 18, il ripopolamento e la messa a coltura di nuove terre procedevano insieme al movimento di riconquista, da parte dei cristiani, dei territori occupati dagli Arabi nel secolo VIII. Il paese, per, che produsse il pi intenso slancio espansivo fu la Germania, prima al suo interno e poi al di l delle frontiere dell'impero, in direzione sia del Baltico sia dei territori slavi al di l dell'Elba, dove soltanto i due regni di Polonia e Boemia, ormai cristiani, erano in grado di arginare la pressione tedesca.
L'iniziativa fu soprattutto dei principi territoriali, che si diedero a incoraggiare con privilegi e carte di libert i contadini disposti a impegnarsi nella valorizzazione delle loro terre, spesso ricorrendo all'opera di intermediari, veri e propri "incettatori di uomini", i quali, in cambio di terre e diritti signorili, organizzavano l'opera di colonizzazione, reclutando i coloni e rifornendoli dei mezzi per intraprendere la loro attivit.
N i principi territoriali si limitarono a questo, ma, spinti dalla pressione demografica e dal desiderio di estendere i loro domini, diedero vita a una grandiosa "spinta verso Oriente" (Drang nach Osten, in tedesco), guidando i coloni al di l delle frontiere delle loro signorie, in territori dai quali erano partite circa otto secoli prima le migrazioni verso Occidente delle popolazioni germaniche. Al tempo dell'imperatore Lotario di Supplimburgo (1125-1137) fu superata l'Elba, ma negli anni seguenti che, come vedremo, coincisero con una crisi interna al mondo tedesco a causa delle lotte tra Guelfi e Ghibellini, ci fu una sollevazione generale degli Slavi, che distrussero villaggi, monasteri e castelli, per cui dopo fu necessario riprendere quasi tutto daccapo. Gi a partire dal 1143, tuttavia, nuove ondate di colonizzatori provenienti non solo dalla Germania, ma anche dalla Frisia, dalle Fiandre e dalla Westfalia fecero risorgere i villaggi e i castelli distrutti, sovrapponendosi agli Slavi, che furono convertiti e completamente assorbiti. Tra i pi attivi colonizzatori ci furono i duchi di Sassonia, i vescovi di Meissen e di Merseburgo, l'arcivescovo di Magdeburgo, ad opera dei quali progredirono rapidamente la conquista e la colonizzazione del Meclemburgo, della Pomerania e del Brandeburgo, dove sorsero citt destinate a un grande sviluppo, come Amburgo, Brema, Lubecca.
Verso la fine del secolo Dodicesimo gli sforzi si rivolsero verso le regioni del Baltico, abitate da popolazioni pagane appartenenti al gruppo linguistico finnico, e dovunque conquista, colonizzazione ed evangelizzazione forzata procedettero parallelamente. Altre ondate migratorie partirono dalla Sassonia e dal Brandeburgo verso la Slesia e la Boemia, e dalla Baviera in direzione dell'Austria, dove avanguardie di colonizzatori tedeschi erano gi giunte dopo la vittoria di Ottone Primo sugli Ungari. Vienna, fondata nel 1018, divenne capoluogo della Marca orientale e fu creato il ducato di Carinzia, oltre naturalmente a varii vescovadi e monasteri, che contribuirono a cancellare completamente da quelle regioni qualsiasi impronta slava.


11.4
L'evoluzione sociale delle campagne

Che cosa spingeva contadini fiamminghi, frisoni, tedeschi a compiere lunghi viaggi, per trasferirsi in terre abitate da popolazioni ostili? Per quali motivi quelli che, invece, restavano nei loro paesi di origine intraprendevano opere di dissodamento, che solo dopo svariati anni di lavoro avrebbero dato i loro frutti? All'origine di tutto c'era, come si  detto, l'incremento demografico, che rendeva eccessivo il carico umano sulle terre gi coltivate; ma una spinta non meno forte era fornita dal desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita, sottraendosi al potere dei signori fondiari. E ci che dovette avvenire in modo particolare in Germania, dove riesce difficile pensare a una elevata pressione demografica gi tra Decimo e XI secolo.
Flussi migratori cos intensi ebbero notevoli conseguenze anche nelle terre di origine degli emigranti. I signori di quelle terre, infatti, si dovettero porre il problema di evitare la partenza dei loro contadini. All'inizio adottarono provvedimenti di natura poliziesca, tentando di riportare indietro con la forza i fuggiaschi, ma ben presto si resero conto che l'unico intervento possibile era quello di venire incontro all'esigenza di maggiore libert, sia personale sia di iniziativa economica, espressa dal mondo rurale. Di qui una serie di patteggiamenti con le comunit contadine, che a volte riuscivano a strappare ai loro signori diritti non molto diversi da quelli che avevano attirato in terre lontane i nuovi coloni, tra cui il riconoscimento di usi e consuetudini locali, e la possibilit di gestire in proprio servizi di interesse comune, quali la riscossione delle imposte e la polizia campestre (incaricata di far rispettare il calendario dei lavori agricoli, di impedire i danni del bestiame alle coltivazioni, ecc.).
In questo i contadini erano agevolati dal movimento complessivo dell'economia del tempo, che, essendo in fase di crescita, richiedeva maggiore libert di iniziativa e quindi il superamento o, almeno, l'allentamento di quei vincoli che ostacolavano l'aumento della produzione. Cos la curtis, pur restando ancora a lungo il modello organizzativo della grande propriet, sub trasformazioni di entit diversa nelle varie parti d'Europa: grandi l dove forti erano le sollecitazioni del mercato cittadino, pi lievi nelle zone meno urbanizzate.
Dovunque, tuttavia, la tendenza era quella di ridurre la riserva padronale e di estendere l'area a diretta gestione dei coltivatori, riducendo parallelamente il numero delle prestazioni d'opera. In questa maniera essi potevano impiegare meglio sulle loro terre il tempo che avrebbero dovuto dedicare al lavoro sulla riserva padronale, ricavandone di pi e quindi mettendosi in condizione di pagare canoni in denaro sostitutivi delle corves. I signori, da parte loro, potevano disporre di nuove entrate, utilizzabili sia per migliorare il loro tenore di vita, rifornendosi di prodotti di lusso sul mercato cittadino, sia per accrescere la produttivit della parte residua della riserva padronale, ricorrendo all'opera di salariati.
La maggiore libert di iniziativa provocava ovviamente all'interno della societ rurale l'emergere di differenziazioni, che, per quanto non del tutto assenti in precedenza, non erano tuttavia molto accentuate a causa del carattere complessivamente depresso dell'economia alto-medevale. Ora le possibilit aperte dal rifiorire dei traffici consentivano ai pi intraprendenti di accrescere la loro produzione e di assumere anche la gestione di intere curtes, che a volte gli antichi signori preferivano affittare in blocco a un imprenditore agricolo.


11.5
I progressi dell'agricoltura

All'origine delle trasformazioni in atto nelle campagne c'era anche l'introduzione di nuove tecniche agrarie e di nuove coltivazioni. In verit non si trattava di novit in senso assoluto, ma solo ora c'erano le condizioni perch esse avessero una larga diffusione e dispiegassero tutti i loro effetti positivi. Fondamentale importanza viene riconosciuta all'introduzione, nelle terre di nuova colonizzazione, di tecniche di aratura capaci di smuovere terreni pesanti nonch ricchi di radici d'albero e sassi, quali erano quelli appena sottratti ad acquitrini e foreste.
Particolarmente adatto si rivel per esse l'aratro pesante, munito di coltro e versoio, e reso stabile da due ruote, gi noto da tre-quattro secoli, ma fino ad allora di impiego assai limitato per i motivi che fra poco diremo. La differenza rispetto a quello semplice di tipo romano, che invece continu ad essere usato nelle regioni mediterranee, consisteva nel fatto che il nuovo aratro era in grado di incidere pi in profondit il terreno e di smuovere le zolle, sollevandole e rovesciandole. Data per la sua pesantezza, era necessario, per azionarlo, disporre di un traino animale pi numeroso, non bastando la tradizionale coppia di buoi: ce ne volevano almeno quattro, e ancora di pi nel caso di terreni arati per la prima volta.
Un'altra novit fu costituita dall'abbandono della tradizionale bardatura, formata da una cinghia di cuoio tenero, che stringeva l'animale alla gola, ostacolandogli la respirazione.
Ad essa fu sostituito nell'XI secolo un collare rigido, che poggiava sulla spalla del bue, permettendogli cos di respirare liberamente, mentre trascinava l'aratro. Questo sistema di bardatura consent, inoltre, di impiegare nell'aratura il cavallo, molto pi veloce del bue, ma che proprio per questo non avrebbe potuto sviluppare la sua forza con una cinghia di cuoio, che gli comprimeva la trachea. Per l'impiego del cavallo in agricoltura era poi necessario risolvere un altro problema tecnico: la ferratura dello zoccolo, per evitare che questo si consumasse sulla terra dura. La pratica era gi diffusa da tempo per i cavalli da guerra, ma la scarsa disponibilit e l'alto costo del ferro ne avevano impedito l'applicazione anche agli animali da lavoro. Con l'incremento dello sfruttamento delle miniere a partire dall'XI secolo, il costo del ferro diminu e questo ne consent un pi largo impiego nella costruzione di aratri e attrezzi agricoli nonch di asce e seghe, indispensabili per gli estesi diboscamenti allora in corso.
Ferratura dello zoccolo e nuova bardatura, se permisero un pi largo impiego del cavallo nell'aratura dei campi, non bastavano tuttavia a generalizzarlo. Il cavallo restava pur sempre un bene costoso sia per l'acquisto sia per il mantenimento, per cui non tutte le famiglie contadine potevano disporne. Un ostacolo alla sua diffusione era anche la scarsit di foraggi, che in parte fu superata con l'introduzione, via via sempre pi ampia a partire dal IX-X secolo, della rotazione triennale. Questo sistema di coltivazione prevedeva la divisione del campo non pi in due parti (come nella rotazione biennale), ma in tre: una destinata alla tradizionale semina autunnale di frumento (e spesso di segale), un'altra alla semina primaverile di avena, orzo e legumi (fave e piselli), una terza al riposo (maggese).
I vantaggi rispetto alla rotazione biennale erano molteplici. La superficie improduttiva si riduceva dalla met a un terzo. La produzione si diversificava, per cui un cattivo raccolto in primavera non riduceva il contadino alla fame, potendosi contare ancora su quello dell'estate. La maggiore disponibilit di avena consentiva il mantenimento di cavalli, mentre quella di fave e piselli permetteva di rendere l'alimentazione dei contadini pi varia e pi ricca di vitamine, accrescendone la resistenza alle malattie infettive. La variet delle colture riduceva l'impoverimento del terreno, per cui non era necessario far passare molto tempo tra una semina e l'altra.


11.6
Due modelli di agricoltura

Perch il nuovo tipo di rotazione agraria non si diffuse rapidamente e dappertutto? A prescindere dalla scarsa apertura al nuovo, che ha sempre caratterizzato il mondo contadino, c'era il fatto che la rotazione triennale, per ragioni di carattere climatico, era di pi difficile adozione nell'Europa mediterranea, dove le primavere sono brevi e asciutte. Vennero cos a formarsi due modelli di agricoltura: quella dell'Europa centro-settentrionale (Inghilterra, Germania, Paesi Bassi, Francia settentrionale), caratterizzata dalla rotazione triennale, dall'impiego dell'aratro pesante e dai campi aperti (openfield, in inglese), generalmente a forma di strisce di terra lunghe un centinaio di metri (per evitare di dover invertire continuamente la direzione dell'aratro), in cui nel periodo intercorrente tra il raccolto e la successiva semina poteva liberamente pascolare il bestiame di tutti gli abitanti del villaggio; quella dell'Europa mediterranea (Francia meridionale, Italia, Spagna, Grecia), caratterizzata dalla rotazione biennale, dall'aratro leggero, da un pi forte individualismo agrario e da campi a forma tendenzialmente quadrata e non di rado chiusi.
Qui l'aratura, inevitabilmente pi superficiale, doveva essere integrata dal lavoro dell'uomo, che, facendo ricorso a un'esperienza millenaria, sopperiva con la vanga e la zappa alla scarsa disponibilit di bovini e cavalli, conseguendo buoni risultati soprattutto nell'ambito della produzione ortofrutticola.
Al di l tuttavia delle diversit tra il modello mediterraneo e quello dell'Europa centro-settentrionale,  indubbio che tra Decimo e Dodicesimo secolo non solo si dilat enormemente lo spazio coltivato (forse di almeno tre volte), ma aument anche la produttivit del suolo, per cui il rapporto prodotto-semente pass per il frumento, da 2 o 3 a 1, a valori di 4 a 1, per raggiungere nelle aree mediterranee pi fertili e con maggiori tradizioni agronomiche anche il livello di 5 o 6 a 1: valori che comunque erano ancora assai bassi in assoluto, per cui all'incremento della popolazione e alla richiesta sempre crescente di derrate alimentari si faceva fronte in primo luogo con la dilatazione dello spazio coltivato.
Quando non fu pi possibile procedere in questa direzione, perch erano stati ormai utilizzati anche terreni poco adatti alla coltivazione, la carestia, che pure era stata sempre un pericolo, divenne una realt molto pi familiare alle popolazioni sia delle citt sia delle campagne, fino a diventare nel corso del Trecento un vero e proprio flagello ricorrente.
Ma di questo parleremo pi avanti.
Qui dobbiamo chiederci invece che cosa imped all'agricoltura medievale di conseguire risultati migliori. La risposta pi ricorrente - che  poi anche, allo stato attuale delle conoscenze, la pi convincente -  quella che fa riferimento alla scarsit di concime. Essendo ancora di l da venire i concimi chimici, gli unici allora disponibili erano quelli animali, ma il letame utilizzabile era assai scarso, perch gli animali, come si  detto nel cap. 6, in genere non erano allevati in recinti o nelle stalle bens allo stato brado. D'altra parte, riducendo i prati per incrementare la coltivazione dei cereali, si impediva un ulteriore incremento dell'allevamento e quindi della produzione di residui organici, da usare come concime: insomma, un vero e proprio circolo vizioso, da cui l'agricoltura medievale non fu in grado di uscire.


RIVOLUZIONE AGRARIA O LUNGO PERIODO DI CRESCITA LENTA?

Per buona parte del Novecento  stata prevalente nella storiografia l'immagine di una crescita impetuosa dell'economia europea dei secoli XI-XIII, preceduta dalla lunga fase di immobilit della societ agraria dell'Alto Medioevo. All'origine di essa c'era la convinzione che erano stati i mercanti e le citt a innestare e a guidare il movimento espansivo, il quale quindi non poteva farsi iniziare prima del secolo XI, epoca in cui si colloca abitualmente l'avvio dello sviluppo urbano e mercantile: una datazione, questa dell'XI secolo, fatta propria da studiosi come Georges Duby e Robert Fossier, anche se essi colgono nel mondo agrario, e non nel commercio e nelle citt, l'impulso iniziale al processo espansivo, che inquadrano nel nuovo contesto della signoria di banno.
Oggi sta maturando invece una tendenza di tipo opposto, volta a retrodatare l'inizio della fase di crescita, che si configurerebbe, quindi, come pi lenta, ma distesa su un lungo arco di tempo, dall'VIII al Tredicesimo secolo, vale a dire a partire gi dall'et carolingia, che pertanto non sarebbe pi da considerare come una parentesi di relativa prosperit nel contesto di un Alto Medioevo economicamente depresso.
A questa nuova impostazione hanno contribuito, da un lato, ricerche su aree circoscritte, quale ad esempio la Catalogna, studiata da P. Bonnassie, dall'altro la riconsiderazione, su un piano pi generale, di tematiche date nel passato per definitivamente chiarite. Tra esse quella del sistema curtense, considerato da storici ed economisti della scuola minimalista (K. Bucher, Ch. Ed. Perrin, L. R. Mnager, E. Perroy) come caratterizzato da un tasso assai basso di redditivit e volto a fornire all'aristocrazia fondiaria i viveri e i prodotti di cui aveva bisogno e, tutt'al pi, a realizzare piccole eccedenze, da utilizzare per acquistare sul mercato qualche articolo di lusso, ma di cui uno studioso come Pierre Toubert, sulla base dei risultati delle ricerche sue e di altri studiosi, tra cui Cinzia Violante, Giovanni Tabacco e i loro allievi, ha preso a rivendicare con forza il carattere dinamico e l'adattabilit ai diversi contesti ambientali e sociali, oltre che alla congiuntura demografica, notando come nelle regioni cerealicole dell'Europa nord-occidentale i signori abbiano mostrato un maggiore attaccamento alla gestione diretta, mentre in area mediterranea l'esistenza di una grande variet di colture favor un pi rapido frazionamento della riserva padronale.
Alla base del lungo periodo di crescita viene posto oggi l'incremento demografico, che non si configura pi come un moto impetuoso a partire dall'XI secolo e del quale si debbano cercare le cause (miglioramento del clima, maggiore produttivit del lavoro contadino per l'introduzione di nuove tecniche agricole o per sollecitazione del mercato urbano), bens come un fatto graduale, reso possibile dall'esistenza di abbondanti risorse rimaste per secoli poco sfruttate a causa della scarsa densit demografica.
L'approccio pi corretto al problema ci sembra quello di Giuseppe Petralia, il quale ha proposto di capovolgere l'impostazione tradizionale, per spiegare non quale fosse la causa della pretesa crescita improvvisa della popolazione dopo il Mille, ma piuttosto perch essa non avrebbe dovuto verificarsi gi nella societ rarefatta dei secoli VIII-X, nella quale era ottimale l'equilibrio ambientale tra uomini e risorse, essendo "la societ del primo Medioevo insediata su un arcipelago di terre coltivate immerse in un vasto paesaggio di superficie incolta".


Bibliografia

Un'efficace messa a punto della situazione delle campagne nei secoli Undicesimo Tredicesimo  il saggio di R. Comba, Crisi del sistema curtense e sperimentazioni aziendali (secoli XI-XIII), in La Storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, vol. I, Torino, UTET, 1988, pp. 91-116.
Le opere degli autori ai quali si  fatto pi diretto riferimento sono le seguenti: G. Duby, Le origini dell'economia europea. Guerrieri e contadini nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1975; R. Fossier, L'infanzia dell'Europa. Economia e societ dal Decimo al Dodicesimo secolo, Bologna, il Mulino, 1987; R. Bonnassie, La Catalogne du milieu du Decimo a la fin du Undicesimo siecle. Croissancel et mutations d'une societ, Toulouse, Association des publications de l'Universit de Toulouse-Le Mirali, 1975-1976; P. Toubert, Le strutture produttive nell'alto Medioevo: le grandi propriet e l'economia curtense, in La Storia, cit., pp. 51-89; G. Petralia, Crescita ed espansione in Storia medievale, Roma, Donzelli, 1998, pp. 291 -318. Per approfondire l'argomento  consigliabile per anche la lettura di: Storia dell'economia italiana, a cura di R. Romano, vol. I, Torino, Einaudi, 1990; P. Malanima, Economia preindustriale. Mille anni: dal Nono al Diciottesimo secolo, Milano, Bruno Mondadori, 1997. Una sintesi delle tesi degli storici minimalisti  costituita dal volume di E. Perroy, Le monde carolingien, Paris, Sedes, 1974.
Per quanto riguarda l'Italia in particolare, oltre alle opere segnalate nel cap. 6, si vedano quelle indicate di seguito, dalle quali  possibile recuperare la bibliografia relativa ad aree pi circoscritte: P. Cammarosano. Le campagne nell'et comunale (met sec. XI-met sec. XIV), Torino, Loescher, 1974; G. Pinto, La Toscana nel tardo Medioevo. Ambiente, economia rurale, societ, Firenze, Sansoni, 1982; R. Licinie, Uomini e temi nella Puglia medievale. Dagli Svevi agli Aragonesi, Bari, Edizioni dal sud 1983; M. Montanari, Campagne medievali, Torino, Einaudi, 1984; G. Cherubini, L'Italia rurale del basso Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1985; R. Comba, Contadini, signori e mercanti nel Piemonte medievale, Roma Bari, Laterza, 1988; A.l. Pini, Vite e vino nel Medioevo, Bologna, CLUEB 1989; L. Chiappa Mauri, Paesaggi rurali di Lombardia. Secoli Dodicesimo e Quindicesimo Roma-Bari, Laterza, 1990; Il contratto di Mezzadria nella Toscana medievale: a cura di G. Pinto e P. Pirillo; a cura di O. Muzzi e M.D. Nenci; III, a cura di G. Piccinni, Firenze, Olschki, 1987-1992; A. Cortonesi, Ruralia. Economie e paesaggi del Medioevo italiano, Roma, Il Calamo, 1995; B. Fois, Territorio e paesaggio agrario nella Sardegna medioevale, Pisa, ETS, 1990; G. Meloni-A. Dessi Fulgheri, Mondo rurale e Sardegna del Dodicesimo secolo, Napoli, Liguori, 1994; V. D'Alessandro, Terra, nobili e borghesi nella Sicilia medievale, Palermo, Sellerio, 1994.




La ripresa del commercio e delle manifatture



12.1
Caratteristiche del commercio nell'Alto Medioevo

I progressi dell'agricoltura nei secoli XI-XIII, anche se limitati, valsero nondimeno a creare le condizioni per la ripresa del commercio e dell'artigianato nonch delle citt, che divennero le sedi naturali di quelle attivit. Come si  detto, l'Europa si era fortemente ruralizzata nell'Alto Medioevo, ma questo non aveva provocato l'interruzione totale dei traffici, perch n all'interno delle grandi aziende agrarie (curtes) n tanto meno nell'ambito dei villaggi rurali era stato mai possibile produrre tutto quello che serviva per le necessit della vita. La circolazione di derrate alimentari  documentata tra Ottavo e Decimo secolo lungo il corso del Po e dei fiumi della Francia meridionale, ma siamo informati anche del commercio in tutta Europa di prodotti di industrie specializzate: oggetti di metallo e di ceramica, tessuti e capi di abbigliamento (camicie, mantelli, abiti di lana).
Le popolazioni pi attive erano quelle che si trovavano nei punti di incontro tra aree economiche diverse: i Veneziani, che tramite la Pianura padana mettevano in collegamento il mondo bizantino con l'Europa centrale; gli Amalfitani, che collegavano l'Italia centro-meridionale con i mercati bizantini e arabi; i Frisoni, attivi sia nei porti del mare del Nord sia in quelli del Reno (Strasburgo, Colonia, Magonza), dove scambiavano i prodotti dell'agricoltura e dell'artigianato delle aree interne della Germania con materie prime e pesce delle regioni del nord; i Vareghi o Variaghi (cio Vichinghi), pirati-mercanti originari della Svezia, che fra Ottavo e Nono secolo misero in collegamento il mare Baltico con i mercati bizantini e arabi attraverso i grandi fiumi della Russia, che sfociavano nel mar Nero e nel mar Caspio.
Ad essi bisogna aggiungere gli Ebrei, che svolsero un ruolo importantissimo come intermediari tra mondi lontani e diversi, dato che furono gli unici nell'Alto Medioevo ad avere un raggio d'azione intercontinentale, muovendosi, attraverso varii itinerari, dalla Germania all'Estremo Oriente e insediandosi numerosi nei centri pi importanti posti lungo le direttrici di maggior traffico (Arles, Narbona e Bordeaux in Francia, Magonza in Germania, Praga in Boemia, Capua e Napoli in Italia meridionale, i porti del mar Caspio e del mare d'Azov). In genere importavano in Occidente beni di lusso, quali profumi, spezie, pietre e stoffe preziose, ed esportavano verso Costantinopoli e l'Oriente asiatico schiavi, pelli, pellicce, armi.
Come si vede, l'immagine di un Occidente alto-medevale, tutto chiuso in se stesso e isolato dal resto del mondo, non corrisponde affatto alla realt. Questo, per, non deve indurre a sopravvalutare l'entit degli scambi, che allora avvenivano soltanto lungo determinate direttrici e riguardavano per lo pi merci di lusso e poco ingombranti.


12.2
La formazione di un sistema economico unitario

La situazione comincia a cambiare gi nel corso del Decimo secolo, quando assistiamo a due fenomeni nuovi: l'ampliarsi del ceto dei mercanti di professione, con la comparsa sulla scena anche di Tedeschi, Boemi e Slavi, e la crescita di importanza delle fiere, che cominciano a superare l'ambito locale, come avviene con quelle di Saint-Denis, Arles, Chlons-sur-Marne, Cambrai (Francia), Colonia (Germania), Piacenza e Pavia. Il risultato fu il formarsi di una certa circolarit di rapporti tra i varii segmenti del commercio alto-medevale, anche se in questa fase restano ancora distinte due grandi aree, quella mediterranea e quella nordica, entrambe con articolazioni interne.
L'area mediterranea era articolata in almeno tre settori: quello facente capo a Costantinopoli, quello comprendente i paesi musulmani (Spagna, Africa del Nord, Sicilia, Siria), quello dell'Occidente cristiano (Italia e Francia meridionale). Essi per, grazie anche all'attivit crescente di Veneziani e Amalfitani, si andavano sempre di pi collegando tra di loro attraverso rotte marittime sia costiere sia di alto mare. Queste ultime si appoggiavano soprattutto alle isole di Creta, Cipro e Sicilia, che pertanto venivano acquistando grande importanza nel commercio mediterraneo.
Nell'area nordica sono invece individuabili: un settore atlantico, comprendente Irlanda, Inghilterra sud-occidentale, Bretagna e Spagna, e un altro formato da mar Baltico, mare del Nord e canale della Manica. Entrambi avevano un'estensione che andava molto al di l dell'ambito costiero, soprattutto il secondo, nel quale la penetrazione in area franca e germanica era facilitata da numerosi fiumi navigabili, dotati anche di porti.
Nel corso dei secoli XI-XII non solo crebbe il movimento all'interno dei settori delle aree, ma si attu in maniera non episodica il collegamento tra l'area mediterranea e quella nordica, attraverso l'integrazione tra rotte marittime e itinerari fluviali e terrestri.
Prodotti del Nord-Europa che penetrarono in un'area vastissima, da Novgorod, in Russia al Mediterraneo, furono soprattutto i panni franceschi, vale a dire i tessuti delle citt delle Fiandre (Belgio), di cui si faceva un grande commercio alle fiere di Champagne (Francia) il pi grande mercato internazionale del tempo. Si trattava di fiere, ognuna delle quali durava un paio di mesi, che si succedevano nel corso dell'anno in localit vicinissime fra loro, a Provins, Troyes, Saint-Ayoul, Bar-sur-Aube, per cui ne risultava una specie di mercato permanente. Al loro successo contribu non soltanto la favorevole posizione geografica, nel punto d'incontro tra area mediterranea e area nordica, ma anche la politica lungimirante dei conti di Champagne. Essi garantirono, infatti, a lungo la pace nella regione e fornirono ai mercanti scorte armate lungo le strade di accesso alle fiere nonch agevolazioni fiscali e garanzie di ogni genere, tra cui il sigillo di fiera, con il quale venivano convalidati gli impegni contrattuali presi dagli operatori fieristici. Le fiere di Champagne decaddero, infatti, a met del Duecento, quando vennero meno entrambe le condizioni che ne avevano determinato il successo: la regione perse la sua tranquillit in seguito all'incorporazione nel regno di Francia e il ruolo di mercato permanente veniva ormai svolto da citt, quali Bruges, Venezia, Firenze, Genova (successivamente anche Parigi, Londra, Napoli), dove si trovava di tutto e dove le principali compagnie commerciali avevano i loro agenti.
Nella fase della loro massima fioritura le fiere di Champagne svolsero, tuttavia, un ruolo che  stato paragonato a quello delle olimpiadi del mondo greco: come infatti queste valsero a creare l'unit morale della Grecia nonostante la diversit dei dialetti e le rivalit tra le varie citt, cos le fiere di Champagne, favorendo l'incontro periodico di mercanti che parlavano varie lingue e avevano usi e costumi diversi, diedero il loro contributo alla formazione di un, sia pur allora inconsapevole, spirito europeo. Tra gli artefici del loro successo vanno collocati anche gli operatori economici italiani, i mercanti lombardi, come venivano chiamati, i quali le animarono non soltanto con i loro traffici, ma anche con l'introduzione di nuove tecniche finanziarie, che contribuirono fortemente a fare delle fiere di Champagne un sistema integrato di scambi. Furono essi, infatti, a inventare il sistema della compensazione, per cui alla chiusura della fiera si calcolava per ogni mercante la differenza fra crediti e debiti, e il saldo veniva portato in pagamento al successivo raduno.
Tra i prodotti acquistati dai mercanti italiani c'erano soprattutto i tessuti delle citt delle Fiandre (Gand, Bruges, Lille, Ypres), che essi diffondevano in tutto il Mediterraneo, anche nel Levante. A loro volta vendevano le merci di cui si rifornivano nei mercati orientali e soprattutto in Egitto, dove gi alla fine del Decimo secolo  documentata al Cairo la presenza di colonie di Amalfitani. Ad attrarre definitivamente in Egitto gli Italiani contribu il cambiamento, nel corso del secolo XI, degli itinerari commerciali tra India e Mediterraneo, che ora facevano capo non pi al golfo Persico, bens al mar Rosso. I prodotti richiesti erano non soltanto le merci di lusso, ma anche quelle destinate a un pi largo pubblico e all'industria tessile, come spezie (pepe, cannella, chiodi di garofano, zenzero), cotone, coloranti. Nel corso del secolo Undicesimo si vennero, per, ridefinendo non soltanto le rotte e gli oggetti del commercio mediterraneo, ma anche le posizioni di forza all'interno del mondo della mercatura. Marinai e mercanti di Amalfi, Gaeta, Salerno, Napoli, Bari continuarono a frequentare come prima i porti del Vicino Oriente, ma ormai i pi attivi e intraprendenti erano i Veneziani, che assicuravano anche il collegamento tra Alessandria d'Egitto e Costantinopoli. Ad essi cominciarono ad aggiungersi i Genovesi e, nel secolo seguente, i Pisani nonch, via via, Francesi e Catalani.
Il collegamento tra area mediterranea e area nordica fu perfezionato a partire dalla seconda met del Tredicesimo secolo dalla creazione di rotte marittime tra Mediterraneo e mare del Nord attraverso lo stretto di Gibilterra e le coste dell'Atlantico: rotte sulle quali fin dall'inizio furono particolarmente attivi i Genovesi.


12.3
I miglioramenti dei trasporti

L'individuazione di nuove rotte marittime e l'incremento della navigazione su quelle gi esistenti andarono di pari passo con l'introduzione di alcuni miglioramenti tecnici, che contribuirono a rendere pi sicuri i viaggi e pi conveniente dal punto di vista economico l'investimento di capitali nella costruzione di navi. Non si tratt, come sempre nel Medioevo, di singole innovazioni di portata rivoluzionaria, ma di miglioramenti lenti, che, sommati tra di loro, nell'arco di due-tre secoli fecero progredire di molto la navigazione mediterranea. Fu possibile cos ridurre progressivamente il periodo invernale di inattivit, per cui gi alla fine del Duecento una nave era in grado di fare nel corso dell'anno due viaggi di andata e ritorno attraverso il Mediterraneo.
La prima di queste innovazioni  l'introduzione, nel Dodicesimo secolo, della bussola, probabilmente proveniente dalla Cina, che per si diffuse lentamente e forse prima tra i corsari, che per ovvie ragioni erano costretti a tenersi al largo delle coste. Di uso generalizzato divennero invece, nel corso del Tredicesimo secolo, i portolani, una sorta di guide per naviganti, compilate da esperti uomini di mare, che descrivevano con precisione le caratteristiche delle coste e dei porti, indicando l'esistenza di rilievi che facilitavano la navigazione a vista e dando informazioni anche sulle sorgenti e sui corsi d'acqua, dove poter fare rifornimento. Ad essi si affiancarono le carte nautiche, che diventarono via via pi precise, anche se conservarono a lungo l'errore dell'eccessiva inclinazione dell'Italia in senso ovest-est. Nello stesso tempo si costruirono navi sempre pi grandi e sicure, oltre che pi manovrabili, per soddisfare le nuove esigenze del commercio e della guerra.
I progressi della navigazione non impedirono che la maggior parte dei traffici avvenisse per via di terra, utilizzando come mezzi di trasporto le bestie da soma, ma anche, sempre pi frequentemente, carri a due e a quattro ruote. Non si trattava delle strade diritte e ben lastricate del mondo romano, ma di percorsi accidentati e in genere polverosi d'estate e fangosi d'inverno. C'era, tuttavia, il vantaggio di una rete viaria sempre pi fitta, che obbediva principalmente all'esigenza di abbreviare il viaggio, perch per il mercante il tempo era denaro e quindi incideva sulle spese. Per questo motivo si cerc anche di creare, lungo i percorsi pi battuti, dei punti di appoggio per il cambio dei cavalli.
L'intensificazione degli scambi port all'emergere di nuovi assi viari. Il pi importante in direzione nord-sud era quello che dall'Italia, superando i valichi alpini del Moncenisio e del San Bernardo, attraversava la pianura francese e arrivava nelle Fiandre. Ad esso se ne affianc tra Tredicesimo e Quattordicesimo secolo un altro pi spostato verso est, che passava per il San Gottardo, reso transitabile nel 1230 grazie alla ricostruzione del ponte sulla gola Scoellenen. All'apertura di questa strada contribuirono i mercanti italiani, soprattutto lombardi e toscani, interessati a un collegamento pi agevole con le citt tessili della Germania meridionale e dell'area renana. Venezia punt, invece, sul potenziamento della strada che attraverso le Alpi bavaresi conduceva a Norimberga.
Altri assi viari importanti dal punto di vista commerciale erano: quello in senso est ovest, che dalla Francia occidentale, attraverso Ratisbona, Praga e Cracovia, conduceva in Boemia e Polonia; quello sempre in direzione est-ovest, ma pi settentrionale, che da Dortmund, in Vestfalia, arrivava a Magdeburgo, nelle zone slave di recente colonizzazione; quello ancora pi settentrionale, che toccava il Baltico, congiungendo Lubecca con Stettino (Polonia).


APPROFONDIMMENTI

Le navi del mediterraneo

Tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo i tipi di navi che solcavano il Mediterraneo erano gi pi numerosi rispetto ai secoli precedenti, ma lo sarebbero diventati ancora di pi in seguito alle continue trasformazioni che venivano operate per mettere le imbarcazioni in grado di soddisfare le nuove esigenze del commercio e della guerra. Nel complesso, tuttavia,  possibile individuare due tipologie principali: la nave allungata a propulsione mista (remi e vela) e quella tonda, a propulsione velica.
Il primo tipo era rappresentato soprattutto dalla galea, molto allungata e bassa sul livello del mare. Dotata di velatura assai semplice, che veniva usata solo quando i venti erano favorevoli o quando si voleva procedere lentamente, era per la sua velocit particolarmente adatta alla guerra, a operazioni di polizia marittima e alla pirateria nonch al trasporto di merci pregiate e poco ingombranti, dato che la maggior parte dello spazio era occupato dai rematori e dai viveri ad essi necessari. Nella stessa tipologia rientravano: la saetta o saettia (da cui deriver la fusta tardo-medievale), piccola e veloce, usata dai corsari e, nelle flotte militari, in appoggio alle galee (in Italia meridionale era adibita anche al trasporto di piccoli carichi su percorsi brevi); la gondola, impiegata nella laguna veneta, a Pisa e a Barcellona per i piccoli trasporti a livello locale; la galea grossa, o di mercato, detta anche galeazza, introdotta dai Veneziani per ottenere una maggiore capacit di carico (non rientravano invece in questa tipologia, nonostante il nome, i galeoni, grossi velieri impiegati in et moderna dagli Spagnoli nelle rotte verso le Americhe).
Ad esclusiva propulsione velica era invece la nave tonda (detta semplicemente nave, nau in catalano e provenzale, nef in francese), molto alta sul livello del mare e poco veloce. In compenso la sua capacit di carico (stazza) era notevole, in media tra le 150 e le 500 tonnellate, ma se nel conoscono anche di stazza superiore alle 1.000 tonnellate. A vela erano anche: le taride, a due alberi, adibite per lo pi al trasporto di soldati, vettovaglie, macchine da guerra, cavalli (nella marina napoletana del Trecento, erano per dotate anche di remi); gli uscieri, cos chiamati dagli sportelli praticati nei fianchi per l'imbarco dei cavalli; le barche (termine tecnico, e non generico), con tre o quattro uomini di equipaggio, impiegate per la navigazione di cabotaggio e per le comunicazioni tra la Toscana e la Sardegna; i bucai, diffusi nell'Adriatico.
Tra Due e Trecento si diffuse la cocca, un nuovo tipo di veliero originario dell'Atlantico, di forma tozza, ma di minori dimensioni rispetto alla nave e assai robusto, dotato di vela quadrata e di timone unico, incastrato alla ruota di poppa, al posto dei timoni laterali a remi "alla latina"; il che consentiva di impiegare meno uomini di equipaggio e di avere una maggiore manovrabilit. Nel Quattrocento si ebbe, tuttavia, un ritorno alle grandi navi, dette anche caracche, dotate di tre alberi: quello maestro con vela quadra, l'albero di prua (trinchetto) con vela ugualmente quadra, e l'albero vicino alla poppa (mezzana) con vela triangolare latina. La loro stazza si aggirava in media intorno alle 500 tonnellate, ma a Genova se ne costruivano anche di 1.000.




12.4
Le merci del commercio internazionale

La novit del commercio dopo il Mille  costituita, come si  accennato, dall'aumento) notevole delle merci in circolazione: non pi prevalentemente articoli ricchi e di facile trasporto (spezie, stoffe e pietre preziose, profumi), ma merci di ogni tipo, tra cui anche grossi quantitativi di generi alimentari, indispensabili per il rifornimento di popolose citt. Un elenco dei principali prodotti di largo consumo pu dare un'idea dell'entit del commercio medievale. Innanzitutto il grano, esportato in grossi quantitativi verso Genova, Venezia e Pisa dall'Italia meridionale, dalla Dalmazia e da alcune zone del mar Nero. Nel 1329 la sola compagnia fiorentina degli Acciaioli ne trasse dalla Puglia circa 136.000 tonnellate. Il grano del Mezzogiorno sar un elemento non secondario delle lotte politiche in Italia e i dazi per l'esportazione costituiranno sempre una voce importante per il bilancio della monarchia meridionale.
Contrasti non meno forti scoppiavano per il controllo della produzione del sale, di cui si faceva larghissimo uso per la conservazione del pesce e della carne, oltre che per la cucina.
Venezia, Genova e Pisa lottarono a lungo tra loro per il sale della Sicilia, della Sardegna e delle Baleari.
Un altro genere alimentare assai richiesto, sia sulle brevi che sulle lunghe distanze, era il vino, che si esportava in grandi quantit dalla Grecia, da Rodi, da Cipro, dalla Francia e dall'Italia meridionale. Dalla sola Borgogna  stato calcolato che nel 1308-1309 ne uscirono ben 850.000 ettolitri. N questi valori devono destare meraviglia, dato che nel Medioevo il consumo del vino era assai alto, venendo usato anche per il suo valore terapeutico e per la preparazione di molti farmaci. Bevanda di largo consumo in Europa centro-settentrionale era invece la birra, per lo pi di produzione locale.
Assai intensa era la circolazione su lunghe distanze anche delle materie prime per l'industria tessile (lana, cotone, materie tintorie) e dei tessuti. L'Inghilterra esportava quantitativi enormi di lana sia verso le citt delle Fiandre sia verso l'Italia, dove nella sola Firenze si producevano ai primi del Trecento 100.000 pezze all'anno: quantitativi che successivamente si andarono riducendo, man mano che si potenziava l'industria tessile inglese.
Alle lane provenienti dall'Inghilterra, utilizzate per i panni di prima qualit, se ne aggiungevano altre pi scadenti di varia provenienza, destinate a prodotti di minor pregio.
Anche il cotone, prodotto in molte regioni, era di diverse qualit: scadente quello siciliano; di media qualit quello di Puglia, Calabria, Malta, Creta, Cipro, Grecia, Spagna; ottimo quello siriano, di cui facevano incetta i Genovesi, ma soprattutto i Veneziani, che nel Trecento organizzavano due spedizioni all'anno con cocche di grosso tonnellaggio (muda dei cotoni). Il cotone importato era destinato ai produttori italiani di Ristagni, panni di poco pregio, che nel secolo Dodicesimo invasero i mercati mediterranei e nel corso del Trecento anche la Germania, la Boemia, le Fiandre e l'Inghilterra. Indispensabili per l'industria tessile erano le materie tintorie e l'allume, usato per sgrassare le fibre e fissare il colore dei panni. Dato che la loro produzione era concentrata in poche zone, era necessario trasportarne grossi quantitativi da un capo all'altro dell'Europa e del Mediterraneo.
Una merce erano anche gli schiavi, in genere negri, slavi, turchi, ma anche greci e spagnoli, venduti e comprati in numerosi mercati dell'Europa centrale, della Spagna, dell'Asia Minore e dell'Africa settentrionale. Erano richiesti soprattutto per i lavori domestici, ma i pi robusti venivano utilizzati dai sultani per le loro truppe scelte di mamelucchi.
Come si vede, i varii prodotti del commercio internazionale avevano zone di provenienza ben definite, la cui vocazione produttiva fin con l'essere esaltata sempre di pi. Si vennero cos delineando: aree a specializzazione agricola, come la Borgogna, l'Aquitania, la Calabria e la Campania costiera per il vino, la Puglia e la Sicilia per il grano, l'Abruzzo per lo zafferano; aree a specializzazione manifatturiera, come le Fiandre innanzitutto, cui si aggiunsero tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo la Lombardia, la Toscana e varie citt dell'Italia centro-settentrionale, e via via alcune regioni della Francia settentrionale, dell'Inghilterra meridionale e della Germania sudorientale.


APPROFONDIMENTI

TRAFFICI E FURTI DI RELIQUIE. L'ESEMPIO DI SAN NICOLA DI BARI

Tra gli oggetti che circolavano lungo le rotte marittime e terrestri ce ne era anche uno del tutto particolare, che per non era una novit dei secoli XI-XII, avendo da sempre alimentato nel Mediterraneo un gran movimento in senso est-ovest. Si tratta delle reliquie dei santi o di Cristo stesso, che nel corso del primo millennio divennero oggetto di un culto assai diffuso, anche se esso non manc di suscitare le contestazioni degli eretici e le prudenti puntualizzazioni dei teologi, impegnati, da un lato, a confutare le obiezioni degli increduli, ma dall'altro a sgombrare il campo dalle credenze pi grossolane. Cos, ad esempio, Guiberto di Nogent (1053-1151) nel suo trattato Sulle reliquie dei santi mise in discussione la possibilit dell'esistenza di reliquie di Cristo, quali il dente di latte di Ges Bambino, posseduto dai monaci di Saint-Mdard de Soissons, e le gocce di latte della Vergine, conservate a Laon.
Al di l di queste reliquie, che prestavano il fianco a facili contestazioni, ne esistevano altre, la cui autenticit non era messa in dubbio, essendo avvalorata dai miracoli che suscitava il contatto con esse. Tali erano, ad esempio, i corpi di san Pietro a Roma, di san Matteo a Salerno, di sant'Andrea ad Amalfi, nonch quello di san Giacomo a Compostela, nella Spagna nord-occidentale, del quale avremo ancora occasione di parlare. Le chiese che avevano la fortuna di possederle diventavano meta di pellegrinaggi anche a lunghissima distanza, dando prestigio alle citt in cui esse sorgevano e alimentando le attivit economiche locali. Di qui l'accanimento con cui si cercava di procurarsi i resti di santi famosi.
Tra questi era certamente san Nicola, protettore dei naviganti. Le sue reliquie erano conservate a Mira, nell'antica Licia (oggi in Turchia) e su di esse si appuntarono nella seconda met del secolo Undicesimo le mire di Veneziani, Genovesi e Baresi. Ebbero la meglio i Baresi, che portarono a termine la loro impresa tra la fine di febbraio e il 9 maggio del 1087, giorno del loro ritorno a Bari. Sulla vicenda e sui riflessi che essa ebbe sugli equilibri sociali e politici della citt abbiamo diverse testimonianze contemporanee, tra cui il Trattato sulla traslazione di san Nicola confessore e vescovo di Niceforo.
A Mira la basilica del santo sorgeva un po' fuori della citt, custodita da quattro sacerdoti. I Baresi (in numero di quarantasette, tra cui due preti, secondo Niceforo) tentarono di corromperli con il denaro, dichiarandosi disposti a pagare qualsiasi somma pur di avere "un cos grande tesoro".
Davanti al loro rifiuto, non esitarono a ricorrere alla forza, minacciando di ucciderli, se non avessero rivelato loro il luogo esatto della sepoltura del santo. Nel mentre i rapinatori raggiungevano le loro navi, la notizia dell'accaduto si diffondeva tra gli abitanti di Mira, che accorsero verso il mare "presi da un profondo dolore e lamentosamente compiangevano se stessi ed i loro figli, privati di un cos grande bene" (la traduzione italiana del testo di Niceforo  in P. Corsi, La traslazione di san Nicola. Le fonti, Bari, Centro studi nicolaiani, 1987).


12.5
Il ruolo del mercante

Artefice dell'integrazione tra aree a diversa specializzazione produttiva e della creazione di un sistema economico unitario, all'interno del quale, nonostante le divisioni politiche e religiose, si realizz un'intensa circolazione di beni e persone, fu il mercante, un personaggio gi da tempo al centro dell'attenzione degli storici, che cercano di conoscerne la cultura, la mentalit, il ruolo sociale, il collegamento con il potere politico nonch i tempi e i modi del suo radicarsi in realt, spesso assai lontane dalla sua terra di origine.
Innanzitutto  chiaro che ora non ci troviamo pi di fronte al mercante avventuroso, che trasportava poche merci attraverso ripidi pendii e strade disagevoli. Certamente il commercio continuava a comportare non pochi rischi, essendo sempre in agguato briganti e pirati, ma essi non erano in grado di influire in maniera significativa su un'attivit mercantile, che si avvaleva di strumenti sempre pi sofisticati. Cos era difficile che briganti e pirati mettessero le mani su grosse somme di denaro, perch nell'ambito del commercio a lunga distanza si faceva largo uso della lettera di cambio o cambiale tratta, nata probabilmente dall'evoluzione dell'antico prestito a cambio marittimo, stipulato in genere davanti a un notaio e in base al quale, ad esempio, per una determinata somma, presa in prestito a Genova, ci si impegnava a restituire la somma equivalente a Costantinopoli in valuta locale. La lettera di cambio era quella che il debitore scriveva a un suo corrispondente di Costantinopoli, con l'ordine di pagare il suo debito al presentatore della lettera o a un suo delegato. Questi, a sua volta, attraverso un atto di procura (sostituito successivamente dalla girata), poteva cedere il suo credito a un terzo, dal quale aveva acquistato eventualmente merci in una fiera o altrove. In tal modo si veniva a creare una forma intensa di circolazione fiduciaria, che permetteva di regolare i pagamenti attraverso la semplice compensazione, riducendo l'uso della moneta solo alle operazioni di saldo.
Ben presto si trov anche il modo di ridurre i rischi della navigazione sia mediante la costruzione, come si  detto, di navi pi robuste sia mediante la formazione di convogli gestiti dallo Stato, chiamati a Venezia mude, sia soprattutto attraverso lo sviluppo delle assicurazioni marittime. La forma pi efficace di protezione fu rappresentata, tuttavia, dalla diversificazione dei propri investimenti, per cui un mercante non impiegava tutte le sue risorse in una determinata operazione, ma coinvolgeva in essa altri mercanti o persone, che disponevano di denaro contante, ma non erano in grado o non avevano voglia di gestire traffici commerciali in proprio.
Si formava cos una vera e propria societ, molto diffusa nelle citt di mare, detta commenda, mediante la quale il mercante in procinto di partire per un viaggio di affari (commendatario), di cui erano precisate sia le tappe sia le finalit, raccoglieva somme pi o meno consistenti da varii finanziatori, i quali, conclusa l'operazione, avrebbero partecipato agli utili o alle perdite dell'operazione in rapporto alla quota versata. I vantaggi di questo tipo di societ erano molteplici. Il mercante che partiva aveva la possibilit di trovare i capitali di cui aveva bisogno o di investire in quel determinato viaggio solo una parte del suo capitale. I risparmiatori, che lo finanziavano, trovavano il modo di far fruttare il loro denaro, partecipando agli utili delle attivit mercantili, senza muoversi dalla loro citt. Frequente era anche il caso dell'operatore economico, che era commendatario in un determinato affare e finanziatore in altri, in maniera da ripartire utili e rischi tra varie operazioni.


LA COLONNA AMALFITANA: UNA FORMA DI CAPITALISMO DEMOCRATICO?

Ad Amalfi fu ampiamente diffuso nei secoli XI-XII il contratto di colonna, una forma particolare di societ mercantile, che si creava non tra soci apportatori di capitali (come nella compagnia) o tra un mercante e dei capitalisti (come nella commenda), ma tra tutti coloro che partecipavano a una determinata impresa marittimo-commerciale, limitata a un viaggio (aspetto, quest'ultimo, che la avvicinava alla commenda). Come ha accertato Mario Del Treppo sulla base della legislazione marittima amalfitana (la Tabula de Amalpha), i mercanti conferivano i loro capitali, in merci o in valuta, il padrone della nave l'uso di questa, i marinai la loro prestazione lavorativa, e il capitano la sua competenza professionale. A ogni partecipante, al momento della partenza, venivano riconosciute, in base al valore del suo apporto, delle quote, diremmo oggi delle azioni, in base alle quali venivano liquidati, al ritorno, i profitti ed, eventualmente, le perdite.
L'elemento caratteristico di questo tipo di societ  rappresentato dal fatto che il proprietario della nave, il suo comandante (se non era lo stesso proprietario) e i marinai erano equiparati ai mercanti, partecipando insieme a loro alla gestione dell'impresa commerciale, mentre nel contratto di commenda il mercante, una volta pagato all'armatore il prezzo del trasporto, era libero di gestire come meglio credeva i suoi affari.
Dal punto di vista sociale la colonna era una forma associativa che garantiva tutti i partecipanti all'impresa, stimolandone il senso di responsabilit, talch qualcuno ha potuto definirla, impropriamente, una forma di "capitalismo democratico". In realt essa era espressione di un'organizzazione commerciale caratterizzata dalla presenza di un gran numero di piccoli operatori, costretti ad associarsi a padroni di barche e a marinai per scarsa disponibilit di capitali.


APPROFONDIMENTI

LE SCUOLE E LA SCRITTURA DEI MERCANTI ITALIANI

Lo sviluppo delle attivit mercantili e bancarie, richiedendo l'impiego di forme sempre pi sofisticate di contabilit, indusse le organizzazioni di categoria (gilde, corporazioni) a organizzare apposite scuole per la preparazione del personale, soprattutto a livello direttivo. In queste scuole, dette di abbaco e di algorismo, cio di matematica e algebra, si impartiva un insegnamento a carattere tecnico-professionale, distinto e separato da quello elementare e superiore. Ce ne fornisce una testimonianza precisa per la Firenze del Trecento il cronista Giovanni Villani: "Troviamo che fanciulli e fanciulle che stanno a leggere da otto a diecimila; i fanciulli che stanno ad imparare l'abbaco e L'algorismo in sei scuole da mille a mille e duecento; e quelli che stanno ad apprendere la grammatica e loica in quattro grandi scuole da cinquecento cinquanta in seicento".
Naturalmente la lingua dell'insegnamento era il volgare, lo stesso che veniva usato nelle scritture commerciali (inventari, libri mastri, lettere di cambio, ecc.). Nell'ambito di queste scuole si form e venne insegnata una scrittura particolare, con caratteri diversi da quelli comunemente usati, una scrittura propria dei mercanti e perci detta mercantesca. La sua terra d'origine fu la Toscana, e Firenze in particolare, dove si venne formando nel corso del Duecento e da dove si diffuse nel resto dell'Italia a partire dagli inizi del secolo seguente.
La nuova scrittura fu usata dai mercanti anche in campo librario, per copiare non solo testi di natura tecnica (trattati di abaco, di mercatura, di agricoltura), ma anche traduzioni di opere dei Padri della Chiesa, opere in volgare (la Commedia di Dante, il Decamerone del Boccaccio), diari, libri di memorie, cronache cittadine (tra cui quella del Villani). Molti di questi manoscritti ci sono pervenuti e contribuiscono a darci un quadro chiaro della cultura del ceto mercantile italiano del Tre-Quattrocento.
Alla commenda, praticata ancora per tutto il Medioevo, si affianc, e a un certo punto si sostitu del tutto, la societas maris o contratto di compagnia, che si differenziava dalla prima perch la societ era stipulata non pi per un solo viaggio, ma per un determinato periodo e per molteplici operazioni commerciali. Societ di questo tipo erano invece da tempo diffuse per il commercio terrestre, dove operavano grandi compagnie, formate da varii soci, che contribuivano con quote diverse alla formazione del capitale sociale. Esse prendevano il nome della famiglia che ne deteneva l'intero capitale o la quota maggiore (i Bardi, i Peruzzi, gli Acciaioli, i Medici), ma non sempre erano stabili, dato che potevano essere costituite anche per un periodo determinato di tempo, al termine del quale si dividevano gli utili o le perdite e la compagnia si scioglieva, magari per essere riformata subito dopo con gli stessi soci o con altri. Ben presto queste societ cominciarono ad avvalersi non soltanto dei capitali dei soci, ma anche delle somme di denaro che vi depositavano privati risparmiatori, in cambio o di una partecipazione agli utili o di un interesse fisso. Anzi il fenomeno aveva assunto tali dimensioni nella Firenze dei primi decenni del Trecento che il fallimento dei Bardi e dei Peruzzi, coinvolgendo migliaia di risparmiatori, fu vissuto come un dramma cittadino.
In questo modo le compagnie vennero a svolgere anche una vera e propria attivit bancaria, accettando depositi e facendo prestiti sia a privati sia a sovrani e pontefici: prestiti, che a un certo punto assunsero dimensioni enormi e che non poterono pi essere restituiti. In genere i prestiti ai sovrani venivano fatti non tanto per lucrare interessi, quanto piuttosto per ricevere facilitazioni commerciali, come, ad esempio, esenzioni dai dazi, tariffe doganali pi basse, permessi per esportare derrate alimentari. Sar solo pi tardi, principalmente nel corso del Quattrocento, che l'attivit bancaria acquister una sua autonomia mediante la creazione di vere e proprie banche. Non di rado esse facevano capo alle stesse persone che possedevano quote anche in compagnie commerciali, ma si trattava pur sempre di societ distinte, con gestione e bilancio del tutto autonomi.
All'inizio i mercanti praticavano anche il cambio delle monete, ma in questo settore la specializzazione fu ancora pi precoce, per cui l'attivit di cambiatore acquist ben presto una sua autonomia e fu appannaggio soprattutto di operatori italiani, e lombardi in particolare. I primi ad emergere furono gli Astigiani, che fin dal Dodicesimo secolo esercitavano la loro attivit in Francia, Borgogna e Inghilterra.


12.6
La ripresa della monetazione aurea

Lo sviluppo dei commerci e della vita economica nel suo complesso richiese a un certo punto il superamento del sistema monetario creato da Carlo Magno e basato sulla libra d'argento, la quale si divideva in 20 soldi, di 12 denari ciascuno. Come si ricorder, libra e soldo erano monete di conto, per cui si coniava effettivamente soltanto il denaro d'argento.
Con il passare del tempo e con il progressivo intensificarsi del particolarismo politico, il diritto di battere moneta era diventato per prerogativa pi o meno legittima prima di molti signori laici ed ecclesiastici, poi di varie citt, con la conseguenza che i denari in circolazione variavano notevolmente sia per il peso sia per il valore dell'argento in essi contenuto. Cos, ad esempio, nella seconda met del Dodicesimo secolo il denaro di Pisa e di Lucca conteneva circa 0,6 grammi di argento puro, quello di Genova circa 0,5, quello di Venezia e Verona meno di 0,15; ma gi mezzo secolo dopo quello di Pisa e Lucca era sceso a grammi 0,25 e quello genovese a 0,35.
Monete cos scadenti potevano andar bene per i piccoli traffici locali, ma non per quelli a carattere internazionale, per i quali si usavano abitualmente monete d'oro arabe o bizantine. Quando per anch'esse cominciarono a perdere di prestigio in conseguenza sia del declino di Costantinopoli sia della riconquista cristiana della Spagna, i mercanti dell'Europa cristiana si dovettero porre il problema di dotarsi di una moneta stabile e capace di circolare dappertutto. L'iniziativa fu presa da Venezia, che coni, probabilmente nel 1202, il grosso d'argento, del peso di grammi 2,18 (di cui 2,103 di argento puro). L'esempio fu seguito subito dopo da Firenze e da altre citt italiane e della Francia, ma questo non valse a risolvere del tutto il problema, perch si coniavano pur sempre monete d'argento, mentre il volume degli scambi richiedeva l'uso dell'oro, che infatti circolava, oltre che sotto forma di monete bizantine e arabe, anche in pezzi valutati a peso.
All'origine dell'abbandono della monetazione aurea in Occidente c'era non solo la scarsit di quel metallo, ma anche la debolezza economica dei sovrani europei al confronto con quelli del mondo bizantino e arabo, le cui monete, universalmente conosciute, erano accettate a preferenza delle altre, cos come avviene oggi con il dollaro e con altre monete forti. Nei primi decenni del Tredicesimo secolo c'erano per le condizioni per ribaltare la situazione: gli operatori economici delle citt italiane dominavano i mercati dell'Europa e del Mediterraneo, e la scena politica internazionale era occupata da Federico Secondo, un sovrano di cui ci occuperemo ampiamente nel cap. 18. E infatti fu proprio lui a riprendere nel 1231 la coniazione dell'oro, facendo battere nel Regno di Sicilia l'augustale, seguito una ventina d'anni dopo dal fiorino fiorentino e dal genoino genovese, e nel 1284 dal ducato veneziano (detto in seguito zecchino). Alla fine del secolo la monarchia francese coni lo scudo.


12.7
Artigianato e attivit manifatturiere

Il commercio a livello locale e internazionale era basato, come si  detto, non solo sulle derrate alimentari, ma anche sui prodotti dell'artigianato e di quella che possiamo definire "industria" tessile, l'uno e l'altra strettamente legati all'ambiente urbano.
Fornai, macellai, fabbri ferrai, falegnami, calzolai, sarti erano sempre esistiti nelle citt di origine romana e si installarono fin dall'inizio in quelle che sorsero, come vedremo tra poco, prima e dopo il Mille. La loro attivit si and incrementando man mano che la popolazione cresceva e che si intensificavano i rapporti con le campagne circostanti, per cui i contadini trovavano sempre pi conveniente acquistare attrezzi e manufatti sul mercato cittadino, utilizzando il denaro ricavato dalla vendita dei loro prodotti.
Tra Undicesimo e Dodicesimo secolo per ad essi si vennero aggiungendo nuove categorie di artigiani, specializzati in determinate attivit, che lavoravano non pi o non solo per la ristretta clientela locale, ma per un mercato pi ampio, spesso a carattere internazionale. Per questo tipo di produzione si pu parlare di vera e propria industria, anche se, fatta eccezione per le costruzioni navali, non si realizzarono mai grossi impianti, con grandi concentrazioni di operai e con cicli produttivi completi.
Il settore di punta dell'industria medievale fu senz'altro quello tessile, e quello laniero in particolare, nel quale gi nel Dodicesimo secolo le citt delle Fiandre avevano raggiunto per qualit e quantit livelli produttivi assai alti. Nel corso del Duecento anche in Italia si fecero notevoli progressi, per cui agli inizi del Trecento la produzione laniera, pur essendo presente un po' dovunque in Europa, aveva due grandi poli: le Fiandre e l'Italia centro-settentrionale (soprattutto Lombardia e Toscana).
Contemporaneamente in Italia cresceva la produzione di tessuti di cotone e di seta.
Dei primi abbiamo gi fatto cenno parlando, a proposito delle merci che alimentavano i traffici internazionali, dei fustagni, che erano fabbricati appunto con il cotone rinforzato con il lino. Qui  da aggiungere che la loro produzione era diffusa nelle citt della Lombardia, e a Cremona in particolare, da dove raggiungevano i mercati esteri attraverso Venezia. L'industria della seta ebbe invece un'importanza minore nel periodo di cui qui ci occupiamo; la sua piena fioritura si avr solo agli inizi dell'et moderna, con il diffondersi del lusso nelle corti rinascimentali e nella vita privata. Essa era originaria della Sicilia, dove era stata introdotta da Bizantini e Arabi; tuttavia gi nel secolo Tredicesimo si era impiantata a Firenze, a Bologna, a Venezia e soprattutto a Lucca, destinata a diventare il maggiore centro europeo di tessitura serica.
Il settore laniero si impone all'attenzione dello storico non soltanto per le dimensioni notevoli della produzione, ma anche per la novit della sua organizzazione, all'origine della quale ci fu il gran numero di processi tecnici, una trentina circa, a cui doveva essere sottoposta la lana prima di arrivare al prodotto finito. Finch si tratt di produrre pochi panni, destinati a una clientela ristretta a carattere locale, il piccolo artigiano fu in grado di farvi fronte, dividendo le varie operazioni tra i suoi familiari e collaboratori.
Quando, per, si cominci a lavorare per un mercato pi ampio, per cui era necessario disporre di grandi quantit di materie prime e di attrezzi pi costosi, fu inevitabile il passaggio ad una diversa organizzazione, basata sul cosiddetto opificio decentrato.
Il protagonista del cambiamento fu il grande mercante, che assunse cos anche il ruolo dell'imprenditore a carattere capitalistico. Fu lui, infatti, a promuovere una grande specializzazione produttiva, per cui le numerose operazioni prima menzionate furono divise tra un gran numero di botteghe artigiane e lavoranti a domicilio, che erano in collegamento tra di loro attraverso gli agenti del mercante. Questi cominciavano con il consegnare a determinate botteghe le balle di lana greggia per il lavaggio, la cernita e la battitura; ritiravano poi il prodotto e lo passavano ad altre botteghe, dove si compivano le operazioni successive (slappolamento, cardatura, pettinatura) e cos via di seguito, coinvolgendo per determinati lavori, come la filatura, anche donne che lavoravano nelle loro case di campagna. Alla fine il prodotto arrivava nelle mani del mercante-imprenditore, che lo immetteva sul mercato. In questa maniera non si aveva la concentrazione in un solo opificio di un gran numero di lavoratori, ma nelle citt dove l'industria laniera fu molto sviluppata si ebbe ugualmente la presenza di grandi masse di operai, che, come si vedr nel cap. 20, nei momenti di crisi economica diedero vita a forme pi o meno violente di protesta.


12.8
Gli altri settori produttivi

Correnti di traffico, sia pur di minore entit rispetto a quelle legate al settore laniero e tessile in generale, erano alimentate anche da altre attivit produttive. Tra queste and acquistando un rilievo via via crescente la lavorazione dei metalli per la produzione di armi e attrezzi di vario genere: lavorazione resa possibile dalla pi intensa estrazione di ferro e rame, che si faceva in Spagna, Germania centrale, Svezia e Ungheria. In Lombardia, e a Milano in particolare, fu assai fiorente la produzione di armi, che stimolava a sua volta l'attivit di estrazione e di fusione del ferro, di cui erano ricche le valli bergamasche e bresciane. Gli armaioli milanesi erano rinomati in tutto il mondo per le corazze di finissima maglia di acciaio, prodotte verso la met del Duecento in un centinaio di botteghe e vendute sia direttamente ai clienti, tra cui Venezia, sia a singoli mercanti, che le esportavano in citt vicine e lontane.
Un settore completamente nuovo e di fondamentale importanza per la civilt europea fu quello della fabbricazione della carta, inventata in Cina e trasmessa all'Occidente dagli Arabi, che nel 1151 impiantarono una cartiera in Spagna. Il primo, e per molto tempo il pi importante centro di produzione in Italia fu Fabriano (presso Ancona), dove nel 1320 operavano ben ventidue fabbricanti. Gi nel corso del Duecento per erano sorte altre cartiere ad Amalfi, a Bologna, nel Friuli, e la carta italiana si apprestava a conquistare sia il mercato mediterraneo sia quello europeo. Nel Trecento la fabbricazione della carta si diffuse anche in Francia e in Germania, e nel secolo successivo in Svizzera, Fiandre, Inghilterra, Polonia.
Artigiani altamente specializzati operavano in ambiti, nei quali non  facile distinguere l'industria dall'arte vera e propria: dall'intarsio del marmo per l'ornamentazione di pavimenti all'oreficeria, ai lavori in avorio, all'industria del vetro, che raggiunsero gi tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo una qualit assai alta in centri quali Pisa, Firenze, Venezia e che alimentarono ugualmente le esportazioni verso tutti i paesi dell'Europa. Di poco posteriore  la fortuna dell'industria delle ceramiche artistiche, che dalla sua terra di origine, l'Umbria, si diffuse prima nelle Marche e in Romagna, dove raggiunse livelli assai alti a Faenza, e poi via via in altre regioni italiane. Centri famosi di produzione furono anche Perugia, Gubbio, Citt di Castello, Siena, Firenze, Prato, Pistoia, Venezia.
In tutti questi settori la produzione rest sempre al livello della bottega artigiana. L dove invece l'industria fu costretta a superare ben presto la dimensione dell'artigianato fu, come si  accennato, nel settore delle costruzioni navali, che richiedeva impianti costosi, il coinvolgimento di molti operai, specializzati e non, e una notevole disponibilit di capitali: una disponibilit che in genere non avevano neanche i proprietari dei cantieri, per cui era indispensabile l'intervento dell'armatore.


12.9
La bottega artigiana e le corporazioni

Sia nell'industria laniera, che comportava un'accentuata divisione del lavoro, sia negli altri settori dell'artigianato l'unit produttiva di base era costituita dalla bottega (oggi diremmo azienda) artigiana, nella quale, accanto al titolare (maestro) e in posizione subordinata, lavoravano i suoi familiari, uno o pi collaboratori stabili (sodi, laborantes), almeno un paio di apprendisti (discipuli) e salariati, assunti in genere per determinati periodi o per lavori occasionali. Gli apprendisti vivevano stabilmente nella casa del maestro, il quale si impegnava, non di rado attraverso un contratto scritto, a trasmettere loro i segreti del mestiere nell'arco di un certo numero di anni. Non tutti per, una volta finito il periodo di apprendistato, avevano i mezzi per mettersi in proprio, ma molti passavano nella categoria dei salariati, al servizio degli stessi maestri da cui avevano imparato il mestiere o, pi spesso, di altri.
Diventare maestro significava non soltanto avere maggiori prospettive di guadagno, ma inserirsi a pieno titolo nella struttura economica e sociale della citt, e acquisire strumenti di partecipazione politica, l dove le associazioni di categoria svolgevano anche un ruolo sul piano politico. Esse sono chiamate dagli storici "corporazioni di arti e mestieri", ma i documenti del tempo le indicano con i nomi di "arti, frataglie, paratici, societ, universit". Sulla loro origine si  discusso a lungo: alcuni hanno sostenuto la loro continuit con analoghe associazioni di et romana (collegio), bizantina (scholae) o longobarda e carolingia (ministeria); altri le hanno collegate con preesistenti associazioni religiose (confraternite); altri ancora le hanno considerate istituzioni del tutto nuove, nate fra Dodicesimo e Tredicesimo secolo. Come sempre accade, tutti hanno colto una parte di verit, per cui oggi si tende a credere che le corporazioni del pieno Medioevo, anche se sembrano continuare analoghe associazioni preesistenti, si configurano sostanzialmente come realt nuove per la variet e l'importanza dei compiti che svolsero.
Sul problema ritorneremo pi avanti in sede di dibattito storiografico. Qui intanto va ribadito che delle associazioni di categoria facevano parte a pieno titolo solo i maestri e, in posizione subordinata, i loro collaboratori e discepoli, mentre ne erano esclusi i salariati, i quali erano per soggetti ai tribunali delle corporazioni, trovandosi cos, in caso di controversia con i datori di lavoro, in posizione di evidente debolezza; n era loro consentito di dar vita a propri organismi associativi. Gi da questo si pu intuire che l'obiettivo delle corporazioni era principalmente quello di tutelare gli interessi dei propri membri, e ci a tutti i livelli. Esse provvedevano a rifornire di materie prime le botteghe dei loro aderenti, regolamentavano i salari, tentando ovviamente di tenerli bassi, fissavano i prezzi di vendita per impedire la concorrenza sleale, controllavano sia la quantit sia la qualit dei prodotti, onde evitare, da un lato, crisi di sovrapproduzione, che avrebbero fatto crollare i prezzi, dall'altro i danni, che prodotti scadenti avrebbero potuto arrecare all'immagine dell'artigianato locale. Provvedevano inoltre alla mutua assistenza tra i soci, configurandosi a volte come delle vere e proprie confraternite, dato che, al pari di esse, avevano una cappella o almeno un altare in una chiesa e, le pi potenti, anche un ospedale; partecipavano con i loro gonfaloni alle feste cittadine; sfilavano nelle processioni solenni.
A questi elementi caratteristici, che ritroviamo sostanzialmente dovunque in Europa, altri se ne aggiunsero, specifici di quelle aree in cui le citt, come vedremo nel prossimo capitolo, raggiunsero una grande autonomia politica: Paesi Bassi, Germania e soprattutto Italia centro-settentrionale. Qui le corporazioni ebbero un ruolo politico di rilievo, non solo nel senso che con la loro forza economica erano capaci di influenzare le scelte delle autorit comunali, ma anche per le competenze di carattere politico-amministrativo che furono ad esse riconosciute, per cui gestivano servizi di interesse pubblico e designavano propri membri nei consigli e negli altri organismi cittadini.


12.10
Le innovazioni tecnologiche

Parlando dei trasporti, gi abbiamo fatto cenno ad alcune novit di carattere tecnologico.
 necessario ora completarne la trattazione, perch esse, anche se di portata limitata rispetto a quelle alle quali ci ha abituati il progresso della scienza e della tecnica moderna, contribuirono nondimeno a potenziare in maniera non irrilevante la produzione dell'azienda artigiana. La novit pi importante in assoluto fu l'utilizzazione, a partire dall'XI secolo, dell'energia idraulica in svariati settori di attivit. Naturalmente in precedenza questa fonte di energia non era sconosciuta, essendo anzi da tempo impiegata per i mulini ad acqua, ma mancavano i mezzi tecnici per sfruttarla appieno. Decisiva si rivel cos l'invenzione dell'albero a camme, che, trasformando il movimento circolare di una ruota in movimento lineare alterno, consent di azionare varii meccanismi a scopi industriali.
Gi nel secolo Undicesimo si fu in grado di costruire mulini, che azionavano macchine a martelli (gualchiere) per la follatura dei panni, che venivano battuti per renderli pi morbidi e compatti. Successivamente congegni mossi dall'energia idraulica furono usati per la lavorazione del ferro, per la concia delle pelli, per la produzione della carta e per segare il legname. Nel secolo XII comparvero i mulini a vento sulle coste dell'Atlantico. Il settore tessile conobbe altre innovazioni tecnologiche nel corso del Duecento, in seguito all'introduzione del filatoio a ruota e del telaio orizzontale a pedale, che accelerarono i ritmi della produzione e ne permisero il miglioramento.


LE CORPORAZIONI: UN TEMA DI FRONTIERA


Il dibattito storiografico

Nella prospettiva attuale della ricerca storica un po' tutti i temi possono essere considerati di frontiera, cio al confine di ambiti disciplinari diversi e, all'interno dello stesso ambito, di varie competenze specialistiche, ma per il problema delle corporazioni questo vale ancora di pi, perch ad esserne interessata  non solo la storia economica, bens anche quella sociale, politica, religiosa, culturale. Si tratta, tuttavia, di un'acquisizione abbastanza recente, che, pur muovendo dagli studi di Gioacchino Volpe degli inizi del Novecento, ha trovato sanzione definitiva solo in una serie di convegni svoltisi negli anni Settanta e Ottanta nonch nei lavori recenti di varii studiosi, tra i quali sono da segnalare Antonio Ivan Pini e Roberto Greci. In precedenza il tema  stato considerato a lungo di competenza quasi esclusiva degli storici del diritto e dell'economia, condividendo per giunta con altri problemi "caldi" della medievistica moderna e contemporanea la caratteristica di prestarsi particolarmente bene a interpretazioni di tipo ideologico e attualizzante.
Lo ha notato proprio Greci, al quale si deve anche la raccolta di un'ampia bibliografia sulle corporazioni, divisa per regioni e al loro interno per citt, nonch una puntuale e penetrante ricostruzione della storiografia ad esse relativa: ricostruzione alla quale si rinvia chi  interessato ad averne un quadro pi dettagliato. Qui si segnalano solo le tappe pi significative.
La prima ebbe come protagonisti sul finire dell'Ottocento storici di area cattolico-liberale, i quali, in sintonia con le posizioni ufficiali assunte dal papato contro il liberalismo e il socialismo, individuarono nelle corporazioni medievali un modello tipicamente medievale e cattolico di associazionismo e di sistema produttivo, ritenuto valido anche per il presente e quindi alternativo sia alla organizzazione capitalistica del lavoro sia alle proposte del movimento socialista. Le loro idee circolarono soprattutto attraverso la "Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie", la quale, fondata nel 1893, tenne vivo per circa un ventennio l'interesse per il tema.
Contemporaneamente delle corporazioni si occupavano, sia pur con impegno diverso e da posizioni alquanto differenziate, alcuni degli storici che vengono abitualmente indicati come esponenti della cosiddetta Scuola economico-giuridica, i quali, come si  detto nell'Introduzione, non formavano affatto un gruppo omogeneo, ma avevano in comune soltanto la sensibilit, di origine cristiana e o socialista, per le tematiche economico-sociali e giuridico-istituzionali. Oltre alla posizione di uno dei maggiori esponenti del movimento, Gaetano Salvemini (1873-1957), il quale vedeva nell'organizzazione corporativa lo strumento dei privilegi conseguiti dai proprietari delle botteghe ai danni di apprendisti e salariati,  da ricordare qui soprattutto quella del Volpe (1876-1971), il quale, pur non dedicando al nostro tema alcun lavoro specifico, se ne occup pi volte, ma sempre al riparo da ogni condizionamento di carattere ideologico o confessionale e, quel che pi conta, collegandolo con la storia complessiva del Comune e delle sue istituzioni politiche e sociali.
Una ripresa dell'interesse degli storici per le corporazioni si ebbe durante il ventennio fascista in evidente collegamento con la politica del regime, che, in sostanziale sintonia con gli orientamenti della cultura cattolica tra Otto e Novecento, aveva individuato proprio nel corporativismo l'alternativa "fra il totalitarismo collettivistico portato avanti dalla lotta di classe e la concezione atomistica del liberalismo individualistico". Non che il fascismo volesse porre la sua politica corporativa in ideale continuit con l'esperienza medievale, anzi ne rivendicava l'originalit e la superiorit; cionondimeno favor la ripresa degli studi su quello che era visto in ogni caso come un antecedente storico, condizionandone ben presto anche gli orientamenti e strumentalizzandone gli esiti. Significative a tal riguardo le parole con le quali un autorevole storico del diritto sul quale ritorneremo tra poco, Pier Silverio Leicht (1874-1956), concludeva nel maggio del 1930 un convegno di studi sindacali e corporativi organizzato dal Ministero delle corporazioni: "Questi antecedenti storici lontani e vicini serviranno opportunamente a creare nello studente la forma mentis adatta per comprendere tutta l'importanza e la profondit delle riforme fasciste".
Per quanto riguarda gli orientamenti della ricerca, ne usc fortemente rafforzata la vecchia tesi della continuit delle corporazioni medievali rispetto a organismi analoghi di et romana (i collegia, che per erano sotto il controllo dello Stato), in sintonia con il richiamo del passato imperiale romano che faceva sistematicamente il regime. Questo non imped tuttavia proprio al Leicht di avanzare, per il dibattutissimo problema delle origini, una nuova proposta interpretativa che Greci ha definito mediana, vale a dire di continuit nella trasformazione, e che si basava sulla distinzione tra le aree passate sotto la dominazione longobarda e quelle rimaste sotto l'influenza bizantina: i collegia romani sarebbero rimasti in vita solo in queste ultime, ma in et tardo-carolingia, al tempo cio di Lotario II, sarebbero stati imitati nel resto dell'Italia, per poi conoscere, una profonda trasformazione in et comunale, quando si sottrassero completamente al controllo statale per diventare associazioni pienamente libere.
Con la fine del fascismo il tema delle corporazioni ha in un primo momento perso di interesse, finendo anche per essere considerato con fastidio, ma poi, come si  gi detto,  stato ripreso a partire dagli anni Settanta con un approccio del tutto nuovo, che, pur non tralasciando i tradizionali problemi dell'origine e degli aspetti istituzionali e normativi dell'organizzazione corporativa, li inquadra, sviluppando le intuizioni del Volpe, nella prospettiva pi ampia della storia del mondo del lavoro e della societ medievale italiana. N si tratta solo di questo: nuova  anche la consapevolezza che quello delle corporazioni non si configur come un fenomeno unitario, ma fu legato alle caratteristiche economiche, sociali, politiche e culturali delle singole citt, per cui pu essere compreso appieno solo se indagato in contesti ben precisi e con il massimo di apertura su tutte le tematiche della storia urbana.
I lavori di Pini e Greci a cui si  fatto riferimento nel testo sono: A.I. Pini, Citt, comuni e corporazioni nel Medioevo italiano, Bologna, CLUEB, 1986; R. Greci, Corporazioni e mondo del lavoro nell'Italia padana medievale, Bologna, CLUEB, 1988. La citazione relativa alla politica corporativa del fascismo  tratta da L. Cracco Ruggini, Le associazioni professionali nel mondo romano-bizantino, in Artigianato e tecnica nella societ dell'Alto Medioevo occidentale, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo (XVIII Settimana di studio), 1971, pp. 59-193, in particolare p. 61. Del Leicht sono da ricordare i seguenti lavori: Corporazioni romane e arti medievali, Torino, Einaudi, 1937; Operai, artigiani, agricoltori in Italia dal secolo Sesto al XVI, Milano, Giuffr, 1946.
Gli Atti dei principali convegni dedicati alle corporazioni e al mondo del lavoro, oltre a quelli della settimana spoletina dianzi richiamata, sono stati pubblicati con i seguenti titoli: Lavorare nel Medioevo: rappresentazioni ed esempi dall'Italia dei secoli X-XIV (Todi, 12-15 ottobre 1980), Todi, Accademia Tudertina, 1983; forme ed evoluzione del lavoro in Europa: secoli XIII-XVIII (Prato, 2-7 maggio 1981), a cura di A. Guarducci, Firenze, Le Monnier, 1991; Artigiani e salariati: il mondo del lavoro nell'Italia dei secoli XII-XV (Pistoia, 9-13 ottobre 1981), Pistoia, Centro italiano di storia e d'arte, 1984; Economia e corporazioni. Il governo degli interessi nella storia d'Italia dal medioevo all'et contemporanea, a cura di C. Mozzarelli, Milano, Giuffr, 1988.


Bibliografia

Per un inquadramento generale dell'espansione dei commerci e delle manifatture nei secoli centrali del Medioevo: R.S. Lopez, La rivoluzione commerciale del Medioevo, Torino, Einaudi, 1975; Commercio e industria nel Medioevo, a cura di M.M. Postan-P. Mathias, vol. Secondo della Storia economica Cambridge, Torino, Einaudi, 1982; R. Greci, Itinerari commerciali e geografia della produzione, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, vol. I, Torino, UTET, 1988, pp. 177-206.
Per l'Italia in particolare: Storia dell'economia italiana. I.; Il Medioevo: dal crollo al trionfo, Torino, Einaudi, 1990; G. Luzzatto, Storia economica di Venezia dall'XI al Sedicesimo secolo, Venezia, Marsilio, 1995; I. Ait, Tra scienza e mercato. Gli speziali a Roma nel tardo Medioevo, Roma, Istituto nazionale di studi romani, 1995; G. Pinto, Citt e spazi economici nell'Italia comunale, Bologna, CLUEB, 1996.
Per lo sviluppo della banca: AA.VV, L'alba della banca. Alle origini del sistema bancario tra Medioevo ed Et moderna, Bari, Dedalo, 1982; J. Day, Mercanti e banchieri dal Dodicesimo al Quindicesimo secolo, in La storia, cit., vol. I, pp. 207-225.
Per il commercio e la navigazione: M. Tangheroni, Commercio e navigazione nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1996; M. Del Treppo, La marina napoletana nel Medioevo: porti, navi, equipaggi, in La fabbrica delle navi.
Storia della cantieristica nel Mezzogiorno d'Italia, a cura di A. Fratta, Napoli, Electa, 1990, pp. 31-45.
Per la figura del mercante: Y. Renouard, Gli uomini d'affari italiani del Medioevo, Milano, Rizzoli, 1975; E. Maschke, Mercanti e citt. Mondo urbano e politica nella Germania medievale, Milano, Franco Angeli, 1991.
Per artigianato e manifatture: Artigiani e salariati. Il mondo del lavoro nell'Italia dei secoli XII-XV, Pistoia, Centro italiano di studi di storia e d'arte, 1984; B. Dini, L'industria tessile italiana nel tardo Medioevo, in Le Italie del tardo Medioevo, a cura di S. Gensini, Pisa, Centro di studi sulla civilt del tardo medioevo-Pacini, 1990, pp. 321-359; D. Degrassi, L'economia artigiana nell'Italia medievale, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1996.
Per la circolazione delle reliquie: P. Geary, Furia sacra. Thefts of Relics in the Central Middle Ages, Princeton, Princeton University Press, 1978; Pellegrinaggi e itinerari dei santi nel Mezzogiorno medievale, a cura di G. Vitolo, Napoli, GISEM-Liguori, 1999.
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13. Lo sviluppo dei centri urbani e le origini della borghesia.
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13.1. Dalla citt antica alla citt medievale.
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Le citt furono una componente fondamentale della storia europea a partire dall'XI secolo. Non che prima non esistessero, ma esse ebbero nell'Alto Medioevo una funzione poco rilevante, se non addirittura, in alcune aree, decisamente marginale, e non diedero vita, in ogni caso, a una civilt urbana paragonabile a quella del mondo bizantino e islamico.
Intanto  bene ricordare ancora una volta che l'Occidente non costituiva, da questo punto di vista, una realt unitaria, perch l'urbanizzazione in et antica era stata di intensit varia: massima in Italia e nella Francia meridionale, e via via minore con il progredire della distanza dalle coste del Mediterraneo, fino all'Inghilterra, dove era stata quasi inesistente. Mentre perci nelle aree marginali dell'antico impero romano le citt scomparvero del tutto, altrove molte sopravvissero, sia pur fortemente ridimensionate come estensione e numero di abitanti, essendo poche quelle che nei secoli VIII-IX superavano i 30 ettari di superficie e i 5.000 abitanti; del tutto eccezionale era il caso di Roma, con i suoi 15-20.000 abitanti (rispetto al milione che aveva avuto in et imperiale). Alla loro sopravvivenza contribuirono soprattutto fattori di carattere culturale e politico, che consentirono la permanenza del modello della citt come centro di organizzazione del territorio. Decisivo a tal proposito fu il ruolo dei vescovi, la cui presenza in citt faceva s che essa continuasse ad essere il punto di riferimento delle popolazioni contadine dei dintorni, dato che l'organizzazione ecclesiastica delle campagne faceva capo alla chiesa cittadina, alla quale in ogni caso bisognava recarsi per ricevere alcuni sacramenti, tra cui, a volte, anche il battesimo.
Sopravvivenza non significa per continuit. Anche in Italia ci sono citt romane che scompaiono (Paestum), altre che cambiano di sede (Capua), altre ancora che mutano posizione nella gerarchia urbana della loro regione, perdendo di importanza rispetto al passato (Aosta) o acquistandone una pi grande (Firenze, Lucca). N si tratta solo di questo. Le citt romane avevano avuto un ruolo economico alquanto modesto, configurandosi soprattutto come centri di consumo pi che di produzione e di scambi. Il ceto dirigente era formato, infatti, dai grandi proprietari terrieri dei dintorni, i quali si dedicavano alla politica, lasciando a stranieri e a cittadini di seconda categoria (liberti, schiavi) le attivit produttive e commerciali. Inoltre le citt, prive di cinta muraria, erano strettamente collegate con le campagne circostanti, presentandosi anzi come "conglomerati di citt e campagna".
Diversa  invece la fisionomia complessiva dell'urbanesimo medievale, incentrato sul ruolo della citt come centro di produzione e di scambi, per cui, anche se continuano a risiedervi proprietari terrieri dei dintorni, sono sempre pi numerosi gli esponenti dei ceti produttivi, i quali danno vita a nuove attivit economiche e, come vedremo pi avanti, creano proprie organizzazioni, affiancandosi nel governo alle antiche classi dominanti o addirittura sostituendosi ad esse.
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13.2. L'urbanesimo in Italia meridionale.
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Punto di raccordo tra l'urbanesimo antico e quello medievale fu l'Italia meridionale, le cui citt, pur risentendo degli effetti negativi delle invasioni germaniche e del declino demografico dei secoli III-VII, erano rimaste inserite, come sappiamo, nello spazio commerciale bizantino e musulmano. Esso non si era affatto contratto a causa dei lunghi periodi di guerra tra Bisanzio e l'Islam; anzi tra Nono e Decimo secolo, con l'esaurirsi della spinta espansiva degli Arabi e con la ripresa di Bisanzio, si era andato ulteriormente dilatando, e l'Italia meridionale ne faceva parte a tutti gli effetti. Ad avvantaggiarsene di pi furono i maggiori centri costieri della Campania e della Puglia, sia quelli gi esistenti nell'Antichit (Napoli, Otranto, Taranto Reggio), sia quelli sorti nei primi secoli del Medioevo (Gaeta, Amalfi) o che allora conseguirono dignit cittadina (Salerno, Bari).
Le attivit manifatturiere vi erano in piena espansione, anche ad opera di artigiani provenienti dal contado, e assumevano a volte un tale rilievo nell'economia cittadina, da identificarsi agli occhi dei visitatori stranieri con la citt stessa, come accadde con Napoli, detta dagli Arabi "Napoli del lino". In crescita appaiono un po' tutte le branche della produzione: dall'industria tessile a quella estrattiva, dalle manifatture artistiche alle costruzioni navali, che a Napoli erano affidate a maestranze al servizio dello Stato. Si tratta, per, di una produzione che, fatta eccezione per il lino, non alimentava un'apprezzabile corrente di esportazione, ma trovava sbocco nel mercato locale. Questo poi, esauritasi la vecchia classe mercantile formata soprattutto da orientali, era, almeno dal Decimo secolo, completamente nelle mani di mercanti locali, tra i quali gi allora emergevano gli Amalfitani.
Agli inizi del Nono secolo essi appaiono come semplici intermediari fra le regioni interne longobarde e quelle costiere frequentate ancora da mercanti bizantini; ma gi nella seconda met del secolo avevano ormai soppiantato del tutto questi ultimi e intrecciato relazioni dirette con Costantinopoli, dove erano presenti numerosi, come mercanti e come mercenari. Intense furono anche le relazioni con i porti arabi della Siria, dell'Egitto, della Tunisia e, naturalmente, della Sicilia: relazioni che avevano alla loro base la complementarit tra l'economia campana e quella del mondo arabo. Se infatti gli Amalfitani erano interessati soprattutto a stoffe e oggetti preziosi, gli Arabi richiedevano alcuni prodotti dell'agricoltura campana, quali il lino, le castagne e le nocciole. Ad Amalfi faceva concorrenza Gaeta, che agli inizi del secolo Undicesimo gestiva una linea di navigazione regolare con il Levante, inviando navi a caricare pepe e cotone nei porti del Cairo, di Alessandria e di Beirut.
Intraprendenza e spirito di iniziativa mostravano anche i marinai e i mercanti di Bari, che gi a partire dalla seconda met del secolo Decimo erano attivi nelle citt bizantine, soprattutto Costantinopoli e Antiochia, dove esportavano olio, vino, frumento e altri prodotti dell'agricoltura pugliese. Erano cos esperti delle rotte del Mediterraneo orientale che nel 1087 furono in grado di battere la concorrenza dei Veneziani, ormai lanciati verso il predominio marittimo e commerciale in quel mare, e di impossessarsi, come si  visto, delle reliquie di san Nicola di Mira (nell'antica Licia, oggi in Turchia), il cui culto come protettore dei naviganti era in piena espansione in Occidente. Nonostante lo sviluppo dei commerci e delle attivit produttive, le citt meridionali non assunsero, tuttavia, un ruolo completamente nuovo rispetto al passato romano, ma vi si perpetu il predominio sociale e politico dell'aristocrazia fondiaria, che riusc a imporre anche ai nuovi ceti i propri modelli culturali.
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13.3. Le citt marinare dell'Italia centro-settentrionale: Venezia, Genova, Pisa.
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Decisamente proiettate verso il futuro, per quanto concerne ruolo economico e dinamica politico-sociale, appaiono invece gi nell'XI secolo alcune citt marinare dell'Italia centro-settentrionale.
Innanzitutto Venezia, "citt medievale" in tutti i sensi, dato che cominci a formarsi tra Sesto e Settimo secolo, in seguito al trasferimento nella laguna di abitanti di citt del Veneto che fuggivano davanti all'invasione dei Longobardi. A lungo contesa tra i due imperi, rimase alla fine nell'orbita politica di Bisanzio, ma si organizz ben presto in maniera sostanzialmente autonoma.
Nel Nono secolo Venezia disponeva ormai di una flotta da guerra, con la quale nell'867 pot bloccare presso Taranto delle navi saracene che tentavano di risalire l'Adriatico. Gi allora i suoi mercanti avevano contatti con la Grecia, la Sicilia, la Tunisia, l'Egitto, dove esportavano giovani slave, destinate agli harem dei sultani arabi, e si apprestavano a battere la concorrenza degli Amalfitani sul Bosforo e nel mare Egeo. Contemporaneamente, approfittando della posizione della citt allo sbocco della Pianura padana, frequentavano i mercati di Pavia e Cremona, dove, oltre ai prodotti orientali, portavano anche il sale, facendo cos concorrenza ai mercanti di Comacchio. La posizione di forza di Venezia nel Mediterraneo orientale fu sancita, come si  detto nel cap. 10, dalla Bolla d'oro del 1082, con la quale i suoi mercanti ottennero dall'imperatore Alessio Comneno, in cambio dell'aiuto militare contro i Normanni, piena libert di commercio in tutte le citt dell'impero.
Mentre Venezia mostrava di voler fare dell'Adriatico un mare regionale sotto il suo pieno controllo, sul Tirreno si appuntavano le mire di dominio di altre due citt marinare, Pisa e Genova, entrambe in posizione favorevole per trarre vantaggio dalla ripresa degli scambi tra l'Europa continentale e i paesi del Mediterraneo. Il primo obiettivo che si posero fu quello di liberare il Tirreno dalla presenza dei pirati saraceni, i quali, dopo aver assalito pi volte le due citt, si ritrovarono a un certo punto a doverne subire il contrattacco. Nel 1015-1016 Genovesi e Pisani insieme cacciarono i Saraceni dalla Sardegna, che pass sotto il controllo di Pisa. Successivamente i Pisani compirono ripetute incursioni in Sicilia e in Tunisia, mentre i Genovesi puntarono i loro attacchi contro le citt islamiche della Spagna meridionale. Naturalmente, come sempre accadeva, guerre e saccheggi non impedivano, se non in maniera del tutto temporanea, i rapporti commerciali, che anzi si intensificavano sempre di pi. Essi vedevano ormai Veneziani, Pisani e Genovesi in posizione di preminenza assoluta, mentre gli Amalfitani, i Gaetani, i Baresi e gli altri mercanti meridionali non apparivano pi in grado di reggerne il passo.
Questo predominio si venne ulteriormente consolidando dopo la crociata del 1097-1099, di cui parleremo nel cap. 17. Essa per, se consent a Venezia, Pisa e Genova di stabilire loro colonie nelle citt della Siria e della Palestina conquistate dai cristiani, non fu affatto promossa e sostenuta dai mercanti italiani, i quali a un attacco cos massiccio al mondo musulmano avrebbero preferito quella microconflittualit, che, come si  detto, non pregiudicava i rapporti commerciali. Lo spirito di crociata, frutto di intolleranza contro il "nemico" e il "diverso", fu il prodotto di un'Europa feudale in piena crescita demografica e alla ricerca di sbocchi; gli Italiani vi si inserirono successivamente, traendone peraltro il massimo del profitto.
Intanto, dopo la fase eroica del secolo XI, il Tirreno cominciava a diventare piccolo per le citt marinare italiane, tra le quali la concorrenza diventava sempre pi aspra. Nel 1137 Pisa elimin dalla contesa Amalfi, saccheggiandola duramente, ma in seguito alla battaglia della Meloria del 1284 dovette cedere definitivamente il campo a Genova, che pot concentrarsi cos sul confronto diretto con Venezia.
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13.4. Vescovi e citt.
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La crescente prosperit economica di Venezia, Pisa e Genova si inquadrava, a sua volta, in una pi generale ripresa, che coinvolgeva anche le citt dell'Europa continentale e ne favoriva il sorgere di nuove. In questo panorama l'Italia centro-settentrionale si inseriva con elementi di originalit, che in parte abbiamo gi ricordati, ma che non  inutile precisare ulteriormente. Innanzitutto l'intensit dell'urbanesimo di antica data non consent, come altrove, il sorgere dopo il Mille di molte citt nuove. Villaggi rurali, destinati poi a crescere di consistenza, furono fondati in gran numero, ma le Vere e proprie citt di nuova fondazione furono poche: Ferrara, Alessandria, Fabriano, Macerata.
Il ruolo che nelle citt vecchie e nuove svolse il vescovo fu anch'esso del tutto particolare, andando ben presto molto al di l dell'ambito religioso e configurandosi come un potere concorrente con quello dei funzionari pubblici. Il fenomeno, come si ricorder, si accentu nel corso del Decimo secolo, epoca in cui le citt italiane appaiono sottratte al banno dei signori feudali e solo in minima parte soggette alla giurisdizione dei conti. Le funzioni pubbliche vi erano svolte invece principalmente dai vescovi, il cui governo consentiva un livello di partecipazione politica della comunit cittadina, sconosciuto altrove. Ci era reso possibile sia dal fatto che il vescovo, in quanto eletto dal clero e dal popolo, era pur sempre espressione della citt, sia dalla particolare composizione sociale di questa. Non solo, infatti, la fuga verso la campagna della nobilt romana era stata in Italia meno massiccia che altrove, grazie anche alla difesa che i Bizantini avevano assicurato ai centri costieri nella fase pi difficile dell'invasione longobarda, ma il ritorno in citt della nobilt terriera era stato molto pi precoce e consistente. Vi avevano contribuito almeno due fattori: la forza di attrazione della curia del vescovo, il quale si andava circondando di un numero sempre crescente di vassalli e di funzionari per le esigenze del suo governo in citt e nel territorio circostante; la migliore qualit della vita in un ambiente in cui la presenza di mercanti, uomini di legge, professionisti, oltre che di esponenti della piccola e media nobilt, forniva opportunit di nuovi rapporti economici e sociali. Il risultato fu il formarsi nel corso dei secoli X-XI di comunit urbane dinamiche e coscienti della propria forza, e quindi in grado di condizionare fortemente il governo del vescovo, per poi successivamente esautorarlo del tutto. In questa fase il ceto dirigente era costituito dalla nobilt legata alla curia vescovile; mercanti e artigiani, anche se gi in condizione, in una citt come Milano, di inserirsi nel gioco politico, erano invece allora intenti soprattutto a trarre profitto dalla ripresa dei traffici tra Mediterraneo e Europa centro-settentrionale.
Si  accennato nel capitolo precedente allo sviluppo di Pavia, reso possibile non solo dal suo ruolo di capitale del Regno italico, ma anche dalla sua posizione geografica alla confluenza del Ticino con il Po e presso le strade che, attraverso i valichi alpini, conducevano in Germania e in Francia. Importante era in particolare la via francigena (o romea), frequentata da un numero sempre crescente di pellegrini che dalla Francia e dall'Inghilterra si dirigevano verso Roma. Il suo ruolo di centro commerciale  dimostrato, tra l'altro, dai magazzini che vi tenevano i maggiori enti ecclesiastici della Lombardia e dalla presenza in citt di molti mercanti forestieri, tra cui Amalfitani e Veneziani.
Fin dall'et carolingia erano in crescita anche Piacenza, Mantova nonch Cremona, i cui mercanti a met del Nono secolo erano in conflitto con il loro vescovo, al quale si rifiutavano di pagare il ripatico, vale a dire il tributo per l'attracco delle navi nel porto sul Po.
Tutte erano destinate per ad essere sopravanzate da Milano, che manifest dopo il Mille una prorompente vitalit sia sul piano economico-sociale sia su quello politico. Nella Padania occidentale rilevante fu ben presto il ruolo di Asti, che abbiamo gi ricordata per l'attivit dei suoi mercanti e banchieri in Europa. In Toscana i primi centri ad assumere un ruolo di rilievo sul piano economico e politico furono, oltre a Pisa, Firenze, Lucca e Siena.
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13.5 L'urbanizzazione nel resto dell'Europa.
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La rinascita urbana coinvolse anche la Francia meridionale e, sia pur in misura minore, alcune regioni della Germania poste lungo il corso del Reno e dei suoi affluenti, in buona parte navigabili. Qui infatti Colonia, Coblenza, Magonza, Treviri, Metz, Worms, Spira, Strasburgo, Basilea non solo continuarono ad esistere nell'Alto Medioevo (Metz aveva nel Decimo secolo circa 5.000 abitanti), ma grazie alla loro posizione svolsero un ruolo importante lungo gli itinerari fluviali e terrestri, che collegavano l'Europa centro-settentrionale con l'Oriente. Tuttavia anche in queste regioni, come nel resto della Germania, della Francia settentrionale e delle Fiandre, dove l'eredit romana era stata pi debole, assistiamo nel corso dei secoli XI-XII alla nascita di nuove citt, in collegamento con l'intensificarsi delle attivit mercantili e artigianali.
I modi in cui questo avvenne furono fondamentalmente due: o un signore feudale prese l'iniziativa di fondare un centro fortificato nei pressi di un luogo di mercato, per attirarvi mercanti e artigiani, o un gruppo di mercanti cre un proprio insediamento nei pressi di un castello, di una piccola citt fortificata o di una grande abbazia, per riceverne protezione.
Il borgo (burg), come si chiam questo nuovo insediamento (termini equivalenti sono portus, wick), attirando altri mercanti, artigiani, venditori ambulanti, ben presto crebbe in estensione e in floridezza economica, per cui fin con il prevalere sul nucleo originario, fino a che un'unica cinta muraria non li inglob entrambi, sanzionando cos la nascita della nuova citt (si tenga presente comunque che il termine borgo indicava anche, come si  detto, un villaggio rurale). Un'origine di questo genere ebbero molte citt delle Fiandre, che divennero, insieme all'Italia centro-settentrionale, una delle regioni d'Europa pi urbanizzate.
Gran parte di esse le abbiamo gi menzionate nei capitoli precedenti per il precoce e intenso sviluppo che vi ebbero le manifatture tessili: Bruges, Gand (residenza dei conti di Fiandra), Arras, Lill, St. Omer, Ypres. Ne risult un forte stimolo all'immigrazione dalle zone vicine, per cui si formarono grosse concentrazioni operaie.
In Germania lo sviluppo delle attivit mercantili e manifatturiere avvenne sia nelle citt di origine romana prima menzionate (alle quali vanno aggiunte Augusta e Ratisbona), sia in quelle nate nel corso del Medioevo. Per queste ultime  possibile individuare agevolmente un'area centro-meridionale, di pi precoce urbanizzazione, in cui primeggiarono Francoforte sul Meno (importante centro fieristico), Norimberga, Ulma, e un'area settentrionale, in cui il grande movimento di colonizzazione dell'area baltica e dei territori slavi al di l dell'Elba port alla nascita di citt come Brema, Amburgo, Lubecca, Riga (in Lettonia). Esse, insieme ad altre citt della Germania settentrionale, che traevano le loro risorse sia dal commercio all'interno dell'area baltica e del mare del Nord sia da quello a lunga distanza con le aree interne, diedero vita agli inizi del Trecento a una lega assai potente sul piano economico e militare, la Lega anseatica, per garantirsi il monopolio dei traffici nelle zone di loro interesse. Non a caso prese il nome dalle hanse (dette anche gilde), che erano le compagnie in cui per ragioni di sicurezza si riunivano i mercanti tedeschi, quando dovevano affrontare lunghi viaggi.
Al di l delle regioni colonizzate dai mercanti tedeschi l'urbanesimo costituiva un fenomeno di scarsa rilevanza, nel senso che le citt, in gran parte fondate di recente da principi e signori territoriali, erano poche e di piccole dimensioni. Fu solo pi tardi, nel Tredicesimo Quattordicesimo secolo, che alcune di esse, per ragioni politiche o perch poste lungo importanti vie commerciali, ebbero un certo sviluppo. In area baltica, oltre ai centri gi ricordati, sono da menzionare Copenaghen, che tuttavia aveva ancora 3.000 abitanti verso la met del Trecento, e Stoccolma. Nelle regioni orientali della Germania le citt pi importanti erano, oltre Magdeburgo, i cui mercanti erano gi attivi nel Decimo secolo, Berlino, Brandeburgo, Dresda.
Il reticolo urbano presentava maglie ancora pi larghe man mano che ci si dirigeva verso est, anche se non mancavano citt di una certa importanza commerciale, sorte gi nel Decimo secolo dallo sviluppo di centri di mercato o a protezione di facili attraversamenti fluviali e di importanti strade di comunicazione: Praga in Boemia (come sappiamo, fiorente mercato di schiavi, frequentato da mercanti occidentali, nordici, slavi, arabi, bizantini), Cracovia in Polonia e Novgorod e Kiev in Russia, la cui fortuna fu legata alle correnti di traffico, che dal Baltico si spingevano verso l'interno. In Inghilterra la dominazione romana non aveva lasciato insediamenti di tipo urbano, per cui una rete di citt si form solo nel pieno Medioevo. Si tratt di centri di piccola e media consistenza, il cui decollo, nonostante le correnti di traffico che lambivano le coste meridionali e occidentali dell'isola, fu assai lento; nell'insieme giunsero, tuttavia, a formare tra Dodicesimo e Tredicesimo secolo un reticolo urbano abbastanza fitto. Agli inizi del Trecento l'unica citt inglese di grandi dimensioni era Londra, che con i suoi 30-40.000 abitanti si poneva al livello di Pisa, Pavia, Roma.


APPROFONDIMENTI

GLI EBREI: DA TOLLERATI A PERSEGUITATI

Nelle citt del Mediterraneo e dell'Europa continentale erano presenti fin dall'antichit gruppi pi o meno numerosi di Ebrei, che partecipavano attivamente alla vita economica come mercanti e artigiani. Le comunit pi fiorenti erano tuttavia quelle della Spagna musulmana e della Renania-Lorena.
In Spagna gli Ebrei vissero e operarono in condizioni di grande tranquillit, perch i musulmani erano molto tolleranti verso di loro, come verso i cristiani, per cui islamismo, cristianesimo ed ebraismo convissero pacificamente, influenzandosi fra di loro. Esponenti delle comunit ebraiche fecero anche brillanti carriere politiche, come quel Hasdai ibn Shaprut, che alla met del Decimo secolo divenne primo ministro del califfo di Cordova.
Nell'Europa cristiana la loro condizione vari invece nel corso dei secoli, configurandosi nel complesso come assai meno favorevole, e ci non per motivi razziali, ma religiosi. Nell'Alto Medioevo il loro ostinato rifiuto di convertirsi li escludeva, infatti, dalle strutture sociali del mondo cristiano, ma non impediva loro di partecipare attivamente alla vita economica, gestendo quasi in regime di monopolio i collegamenti commerciali tra Oriente e Occidente. Dopo il Mille il loro ruolo cominci a cambiare, man mano che i traffici a lunga distanza passavano nelle mani di operatori cristiani, e italiani in particolare. Finirono cos con il dedicarsi, oltre che alle loro tradizionali attivit artigianali (oreficeria, lavorazione del vetro), soprattutto al commercio al minuto e al prestito a interesse: attivit, quest'ultima, condannata dalla Chiesa e quindi vietata ai cristiani, ma di cui la societ non poteva fare a meno, talch gli stessi principi si avvalevano per le loro necessit sia dei consigli sia del denaro di operatori economici ebrei.
Un momento di svolta fu rappresentato dall'avvio del movimento crociato alla fine dell'XI secolo, quando la diffidenza e l'ostilit verso gli Ebrei usurai e uccisori di Cristo si tramutarono in vera e propria persecuzione, provocando spaventosi massacri. I crociati, che si preparavano a partire per la Palestina, cominciarono a pensare infatti che non avesse senso andare a combattere contro gli infedeli in Oriente, quando nello stesso mondo cristiano vivevano tanti nemici della vera fede: di qui l'idea di costringerli alla conversione o di ucciderli, se vi si opponevano. Nel maggio del 1096 le vittime furono un migliaio a Magonza e circa ottocento a Worms, senza contare coloro che si suicidarono o si fecero uccidere dai loro confratelli, pur di sottrarsi al battesimo. Stragi avvennero anche a Colonia, Treviri, Metz, Strasburgo, Ratisbona, Praga.
Purtroppo non si tratt di eventi occasionali, perch a partire da allora le esplosioni popolari di violenza contro gli Ebrei (pogrom, termine russo, che significa "devastazione"), accusati di omicidi rituali, di avvelenare i pozzi di acqua e di altri crimini, divennero, soprattutto in periodi di crisi, un fenomeno tristemente ricorrente in Europa. La stessa Chiesa, pur opponendosi sempre alle violenze contro gli Ebrei, contribu a peggiorarne la situazione, adottando contro di loro provvedimenti restrittivi, tra cui l'obbligo di farsi riconoscere, indossando abiti particolari e portando un distintivo giallo. Quanto ai sovrani, non mancarono coloro che per ragioni di carattere politico-ideologico rinunciarono in certi momenti ai tributi che versavano loro le comunit ebraiche, colpendole con persecuzioni ed espulsioni, ultima delle quali fu quella dalla Spagna, ormai completamente riconquistata dai cristiani, nel 1492.
Alla fine del Medioevo uno dei paesi europei pi tolleranti nei confronti degli Ebrei fu l'Italia, dove furono fiorenti le comunit di Venezia, Milano, Mantova e Roma. Questo, per, non impediva forme di discriminazione che, soprattutto in Sicilia, toccavano il culmine durante la Settimana santa.
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13.6. Le dimensioni delle citt europee del pieno Medioevo.
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Il Medioevo occidentale non conobbe il fenomeno delle megalopoli. Le stesse aree a pi intensa urbanizzazione - Italia centro-settentrionale e Fiandre - erano tali per il gran numero di citt e non per la loro grandezza. Il massimo dell'estensione e del numero di abitanti fu raggiunto agli inizi del Trecento, quando citt come Milano, Firenze, Parigi avevano gi costruito una terza cerchia muraria, essendo state le due precedenti man mano superate dal continuo moltipllcarsi delle abitazioni. La loro popolazione si aggirava allora intorno ai 100.000 abitanti, addensati in una superficie compresa tra i 450 (Parigi) e i 600 ettari (Firenze). Minore la densit nelle citt della Germania e delle Fiandre, all'interno delle quali si aprivano ampi spazi per orti e giardini: a Bruges su una superficie di 430 ettari vivevano infatti, sempre agli inizi del Trecento, 60-70.000 abitanti, e altrettanti risiedevano a Gand, ma in un'area di 644 ettari. A Colonia, la maggiore citt tedesca del tempo, i circa 40.000 abitanti si distribuivano su una superficie di ben 400 ettari.
In assoluto le citt pi popolose, oltre Milano, Firenze e Parigi, erano Venezia e Genova, che probabilmente non si ponevano molto al di sotto dei 100.000 abitanti, seguite da Gand e Bruges, come si  detto, a quota 60-70.000. Pi numerose erano quelle che si collocavano nella fascia dei 30-50.000 abitanti, occupata in gran parte da citt italiane (Bologna, Pisa, Siena, Padova, Verona, Roma, Napoli, Palermo, Messina) e delle Fiandre (Tournai, Ypres, Bruxelles, Lovanio); ad esse sono da aggiungere Colonia, Londra e alcune citt spagnole, sia musulmane (Siviglia, Granada, Cordova) sia cristiane (Barcellona, Valencia).
Una classe di grandezza ancora pi affollata era quella che possiamo definire media, i 15 e i 30.000 abitanti, in cui si imponevano per il loro numero ancora una volta le citt dell'Italia (Pavia, Piacenza, Parma, Mantova, Vicenza, Treviso, Ferrara, Modena, Lucca, Ancona, Viterbo, Perugia, L'Aquila, Barletta, Lucera, Trani, Bitonto, Melfi, apani, Sassari), seguite da quelle delle Fiandre (Arras, Lill, Liegi) e della Germania Lubecca, Brema, Amburgo, Strasburgo, Norimberga).
Essendo troppo lungo l'elenco delle citt italiane e fiamminghe che si ponevano intorno ai 10.000 abitanti, ricordiamo soltanto quelle tedesche (Treviri, Augusta, Ulma, Aquisgrana), olandesi (Leida, Amsterdam, Haarlem, Maastricht) e inglesi (York, Norwich, Bristol).
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13.7. La societ tripartita e la nascita della borghesia.
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Per cogliere in tutta la sua portata la crescita delle citt europee tra Undicesimo e Tredicesimo secolo, basta qualche esempio: Milano nell'arco di meno di due secoli aument di due volte e mezzo la sua superficie (da 200 a 500 ettari), ma Firenze fece ancora di pi, passando nello stesso periodo da 100 a 600 ettari. Una crescita cos impetuosa fu resa possibile non tanto dall'aumento naturale della popolazione quanto piuttosto da una massiccia immigrazione di abitanti delle campagne, spinti non soltanto dalla necessit di alleggerire la pressione umana su antichi e nuovi mansi, sempre pi insufficienti per una popolazione in continuo aumento, ma anche dal desiderio di sfruttare le opportunit di lavoro che fornivano le nascenti industrie cittadine, quella tessile in particolare. N si trattava solo di manovalanza generica: a parte mercanti girovaghi e chierici, non pochi erano artigiani o comunque lavoratori in possesso di capacit manuali, acquisite nei laboratori delle aziende signorili (laiche e monastiche).
Non mancavano tra loro quelli di condizione servile, che dal trasferimento, anzi, pi precisamente, dalla fuga in citt si attendevano non solo un tenore di vita meno precario, ma anche la libert personale, con la conseguente possibilit di sottrarsi alla giustizia del signore e adire i tribunali pubblici. Gli statuti di diverse citt francesi, fiamminghe, inglesi, tedesche prevedevano, infatti, che chi fosse riuscito a risiedere in citt per un anno e un giorno, senza che nessuno reclamasse diritti su di lui, poteva rimanervi in condizione di piena libert; di qui il famoso detto diffuso in Germania, secondo il quale "l'aria della citt fa liberi" (Stadtluft macht frei). Questo principio, in verit, non fu applicato sempre e dovunque con le stesse modalit, ma  indubbio che la citt rappresent un potente stimolo alla conquista della libert personale. Le nuove attivit economiche e le esigenze della vita associata richiedevano infatti la piena disponibilit della propria persona e del proprio tempo, suscitando nello stesso tempo la solidariet tra coloro che svolgevano lo stesso lavoro.
La popolazione urbana, indipendentemente dalle differenze sociali ed economiche esistenti al suo interno, era consapevole, oltre che orgogliosa, delle proprie condizioni giuridiche e della propria diversit rispetto agli abitanti delle campagne, soggetti ai signori feudali o, come spesso in Italia, alle citt stesse. N si trattava soltanto di differenze di condizione giuridica. Diverso era anche il tipo di attivit lavorativa che svolgevano i cittadini o borghesi, come si dicevano oltralpe, con chiaro riferimento al borgo, da cui erano nate molte citt.  vero che tra di loro c'erano anche non pochi contadini, che coltivavano i campi e gli orti, posti immediatamente fuori le mura o anche all'interno di esse, ma normalmente i borghesi erano impegnati nel commercio e nell'artigianato: attivit che si incrementavano con il crescere della popolazione e che richiedevano una sempre pi forte specializzazione, per far fronte alle richieste del mercato e per battere una concorrenza, resa pi agguerrita dall'intensificarsi degli scambi. Si veniva delineando cos una societ pi ricca e articolata, nella quale gli uomini occupati nella preghiera, nell'esercizio delle armi e nel lavoro della terra costituivano ancora una schiacciante maggioranza, ma nella quale coloro che erano impegnati nel commercio, nel credito e nelle manifatture svolgevano un ruolo di crescente importanza.
Alla nuova struttura della societ europea tardava per ad adeguarsi l'immagine che essa aveva di se stessa e che era basata sulla divisione in tre ordini, intesi come gruppi sociali, i cui componenti avevano compiti, ambiti di attivit e condizioni di vita comuni: coloro che pregavano e predicavano (oratores), coloro che combattevano per la difesa delle chiese e del popolo (bellatores) e i rustici, che lavoravano la terra per s e per gli altri (laboratores). Era una concezione affiorata gi sul finire del Nono secolo, ma che proprio nei primi decenni dopo il Mille era stata formulata in maniera pi organica da un prelato francese, Adalberone di Laon, conoscendo poi una fortuna ininterrotta fino alla Rivoluzione francese del 1789. In verit gi a partire dal XII-XIII secolo giuristi e scrittori cominciarono a prendere atto dell'esistenza dei borghesi all'interno dell'ordine dei laboratores. L'immagine della societ tripartita mantenne, per, tutta la sua forza di suggestione, configurandosi, con la sua rigidit, come strumento di difesa dell'ordine costituito. Vi contribuirono certamente, da un lato, il sospetto che sul piano etico avvolse sempre le attivit commerciali e creditizie, e dall'altro la condanna del pensiero ecclesiastico per gli usurai, ai quali si tendeva ad assimilare mercanti e banchieri.
La nascita di un ceto borghese, che, per quanto differenziato al suo interno, si contrapponeva agli abitanti della campagna per stile di vita e mentalit, non deve far pensare, tuttavia, a una netta separazione tra citt e mondo rurale. Non erano solo i contadini a recarsi spesso in citt, per vendere i loro prodotti e fare acquisti al mercato o direttamente presso le botteghe artigiane, ma erano anche i cittadini (mercanti, artigiani, professionisti) ad avere interessi nelle campagne circostanti, dove possedevano ville e terreni, che cercavano di valorizzare al massimo, investendovi capitali e improntandone la gestione a quegli stessi criteri di razionalit ed efficienza, che ispiravano le attivit mercantili e creditizie. Lo sapevano bene i loro coloni, per i quali il passaggio dalla dipendenza da un signore rurale a quella da un borghese significava non di rado un maggiore sfruttamento.
In campagna soprattutto abitavano, inoltre, le donne che lavoravano nelle loro case per i mercanti-imprenditori del settore tessile.
Eppure nell'immaginario collettivo del pieno Medioevo i due mondi si presentavano ancora come nettamente separati. L'elemento di separazione, operante non solo a livello di rappresentazione mentale ma anche come realt materiale, era costituito dalle mura, che delle citt medievali erano appunto il simbolo pi eloquente. Si comprende cos perch lo storico italo-americano Roberto S. Lopez, il quale ha studiato la citt medievale nei suoi aspetti non solo sociali ed economici, ma anche mentali - sua  la fortunata formula della citt come "uno stato d'animo" -, abbia proposto per essa l'immagine della croce racchiusa in un cerchio: la croce come simbolo dell'incontro di strade, di persone e di beni, vale a dire delle attivit economiche che erano all'origine dello sviluppo urbano; il cerchio delle mura, per indicare la separazione fra lo spazio organizzato, protetto dal nemico, e il mondo esterno.




13.8
II movimento comunale nelle citt d'oltralpe

Un elemento che accomuna le citt europee, sia quelle di origine romana sia quelle di nuova fondazione,  la tendenza che esse manifestarono tra Undicesimo e Dodicesimo secolo a dotarsi di una certa autonomia nei confronti dei principi e dei signori territoriali: autonomia che si espresse attraverso una variet grandissima di situazioni. In genere si opera una distinzione tra le citt che conseguirono la piena indipendenza politica, come quelle della Lega anseatica (circa settanta nel periodo della sua massima espansione) e i Comuni italiani, e quelle che rimasero soggette a poteri esterni. Ma si tratta di una distinzione che introduce uno schematismo eccessivo in una realt che invece, come si vedr, fu molto pi fluida, dato che anche l'autonomia amministrativa si configur in alcuni casi in maniera assai ampia. Ripromettendoci di parlare in un apposito capitolo dei Comuni italiani, i quali per il loro eccezionale sviluppo politico richiedono una trattazione a parte, soffermiamoci qui su quelli del resto dell'Europa.
Nelle Fiandre e nella Francia del Nord il movimento comunale nacque dall'iniziativa dei cittadini, i quali, sotto la guida di personaggi eminenti per ricchezza e prestigio sociale, stipularono tra di loro giuramenti di pace (coniurationes), prima per mantenere la concordia all'interno della citt, poi anche per conseguire spazi pi o meno ampi di autonomia e per limitare gli arbitri dei signori. In genere si avviavano con questi ultimi trattative, per averne la concessione di una carta di Comune (cio l'autorizzazione a fare il Comune): trattative che giungevano pi facilmente in porto, quando i Comuni erano in grado di sborsare ingenti somme di denaro o quando condizioni politiche particolari (ad esempio, la debolezza dei conti di Fiandra dopo l'assassinio di Carlo il Buono nel 1127) aumentavano la loro forza contrattuale. Ma, quando le circostanze lo imponevano, non si esitava a ricorrere alla rivolta armata, come avvenne a Laon, in Piccardia, citt sulla quale avevano giurisdizione il re di Francia, il vescovo e alcuni nobili: essi nel 1111, in cambio di denaro, riconobbero l'associazione giurata (communio) creata dai cittadini, ma nel 1116 il vescovo cambi idea e abol il Comune, suscitando la rivolta dei borghesi, che lo uccisero. La situazione si normalizz solo nel 1128, con la concessione della carta di Comune da parte del re. Tutt'altro che raro era poi il caso in cui l'iniziativa era nelle mani dei signori, i quali, dopo aver promosso lo sviluppo dei centri abitati da loro dipendenti, li dotavano di carte di franchigie (cio di privilegi ed esenzioni) o concedevano ad essi la carta di Comune in cambio, oltre che di grosse somme di denaro, del mantenimento di propri funzionari all'interno della citt.
La monarchia francese, a sua volta, adott nel corso del secolo Dodicesimo una precisa strategia politica: favor i comuni che si trovavano nei territori soggetti alla giurisdizione di signori e principi territoriali, ma tenne a freno quelli da essa direttamente dipendenti, come ad esempio Parigi, che non ebbe mai n carte di franchigie n carta di comune. Fu, tuttavia, solo nella Francia meridionale che i Comuni, retti da consoli, ebbero prerogative e poteri analoghi a quelli dei Comuni italiani, estendendo il loro controllo anche sulle campagne.
In Germania il movimento comunale presenta forti analogie con quello della Francia del Nord: ugualmente le autonomie comunali furono il risultato di trattative alternate a movimenti di rivolta e l'iniziativa politica fu nelle mani di un numero ristretto di famiglie di grandi mercanti e proprietari terrieri. La situazione tuttavia non era la stessa dovunque. Il ceto dirigente in alcune citt (Magonza, Worms, Norimberga, Ratisbona) era caratterizzato da una pi forte egemonia di famiglie di tradizioni militari e legate all'esercizio di funzioni di governo per conto di vescovi e signori. In altre (Colonia) aveva un carattere pi borghese per la partecipazione alle attivit commerciali anche di esponenti di famiglie nobili. In altre ancora (Lubecca) fu egemonizzato del tutto dai grandi mercanti, che impressero una forte accelerazione al processo autonomistico e all'espansione commerciale nel Baltico e nel mare del Nord. Nel 1226 Lubecca ottenne dall'imperatore Federico Secondo il privilegio della diretta dipendenza dall'impero, che comportava l'assunzione di obblighi assai lievi (giuramento di fedelt al sovrano, fornitura di contingenti armati), ma assicurava in compenso una completa autonomia dai signori territoriali, portando alla formazione di veri e propri piccoli Stati urbani.
Nel resto dell'Europa, dove lo sviluppo delle citt fu pi lento, le comunit cittadine ebbero ovviamente minori capacit di iniziativa politica, ma dovunque furono in grado di ottenere in qualche misura spazi di autonomia attraverso l'elezione di giudici e di organismi amministrativi.
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Il dibattito storiografico: L'immagine della societ tripartita.
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Il tema della tripartizione funzionale della societ ha conosciuto sin dagli anni Sessanta del Novecento un crescente favore storiografico, iniziato con il precoce invito di Jean Batany ai medievisti ad adottare la teoria trifunzionale come ipotesi di lavoro, e proseguito con alcuni articoli di Jacques Le Goff, con un fortunato volume di Georges Duby e con un nutrito saggio di Otto Gerhard Oexle. Ulteriori impulsi allo studio di questa immagine della societ sono venuti dalla riedizione del Carmen ad Rotbertum regem di Adalberone di Laon, data alle stampe da Claude Carezzi alla fine degli anni Settanta, e dalla ricostruzione della straordinaria fortuna iconografica del tema in et moderna e contemporanea ad opera di Ottavia Niccoli.
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A richiamare per l'attenzione degli studiosi su questa immagine della societ era gi stato, all'inizio degli anni Quaranta, lo storico delle religioni Georges Dumzil, che per primo aveva individuato nelle antiche culture indoeuropee un'"ideologia delle tre funzioni" basata sulla convinzione che all'armonioso funzionamento della societ sarebbe indispensabile la cooperazione di tre sue componenti: quella dei sacerdoti, quella dei guerrieri e quella dei produttori-allevatori.
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Secondo Dumzil tale immagine dell'ordine sociale rappresenterebbe una costante folklorica dell'intera storia occidentale, e la sua impronta sarebbe evidente non solo nelle forme religiose ioniche e romane, scandinave e celtiche, ma anche nello schema alto-medevale dei tre ordini della societ voluti da Dio (gli oratores, i bellatores e i laboratores): un paradigma interpretativo che, pur perdendo o tramutando larga parte del suo significato originario, sarebbe restato tra le idee portanti della cultura europea almeno fino alla Rivoluzione francese.
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Gli storici del Medioevo, tuttavia, anche se disposti ad accogliere l'ipotesi di una matrice indoeuropea della tripartizione funzionale, non potevano non chiedersi perch essa fosse riemersa solo in un preciso momento storico e in un'area determinata dell'Europa; in altri termini, non potevano non interrogarsi su quale relazione intercorresse tra lo schema interpretativo e la realt sociale. Proprio sulla possibilit e la natura di tale rapporto le loro posizioni si sono presto diversificate, dal momento che alcuni lo hanno ritenuto intrinseco (Jacques Le Goff, Jean-Franois Lemaignier e Georges Duby), mentre altri ne hanno negato del tutto l'esistenza, considerando la tripartizione come un fenomeno eminentemente culturale (Michel Rouche, Jean-Pierre Poly e Eric Bournazel).
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Tra coloro poi che hanno sottolineato l'esistenza di un nesso tra lo schema tripartito e le strutture sociali dell'Alto Medioevo, alcuni hanno sostenuto che il paradigma fosse parte integrante di un'"ideologia monarchica" volta a rinsaldare il potere regio (Jean Batany e Jacques Le Goff), altri hanno invece affermato che i gruppi sociali egemoni, e quindi, innanzitutto, il clero, lo avrebbero consapevolmente introdotto per consolidare i propri interessi economici e sociali a scapito di quelli di altri ceti (Georges Duby e Aron Gurevic).
Oexle, da parte sua, ha rilevato come entrambi i punti di vista siano in realt pesantemente condizionati dal ricorso ai concetti "moderni" di "ideologa" e di "interesse ideologico", che tendono a proiettare sul passato contrapposizioni di ceto, se non di classe, del tutto anacronistiche per i secoli medievali. I testi di provenienza monastica ed ecclesiastica che nell'XI secolo ricorsero alla tripartizione funzionale andrebbero invece collocati, secondo lui, nel contesto culturale e sociale del tempo e considerati espressioni di una "mentalit" che non fu necessariamente condivisa dai soli membri del clero, ma che fu comune anche a molti esponenti di altri gruppi sociali. D'altronde, nei versi di Adalberone, disuguaglianza e complementarit appaiono funzionalmente congiunte, secondo una forma di pensiero che non fu affatto esclusiva dello schema oratores/bellatores/laboratores, e che  ben pi antica, giacch si ritrova, con le dovute peculiarit, gi in Agostino, in Gelasio I, in Gregorio Magno, in Isidoro di Siviglia e in molti altri autori.
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Se gli studi di Duby avevano chiarito come lo schema tripartito fosse radicato nell'universo di pensiero in cui germogli il movimento per le paci di Dio, svelando quanto avesse risentito di quel clima di ampia mobilitazione in difesa dell'ordine politico-territoriale, le ricerche degli ultimi anni (Oexle) hanno sottolineato un legame altrettanto forte con alcuni mutamenti sociali di pi lungo periodo, come la nascita del ceto sociale dei "cavalieri" e di quello dei "contadini", due nuovi gruppi emersi tra l'VIII e l'XI secolo nella misura in cui seppero differenziarsi l'uno dall'altro.
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Opere a cui si  fatto pi direttamente riferimento: Adalbron de Laon, Pome au mi Robert, a cura di CI. Carezzi, Paris 1979 (Les classiques de l'histoire de France au Moyen ge, 32); G. Dumzil, Jupiter Mars Quirinus. Essai sur la conception indo-europenne de la societ et sur les origines de Rome, Paris 1941-48, 4 voll., trad. it. abbreviata Jupiter, Mars, Quirinus, Torino, Einaud, 1955; Id., L'ideologie tripartite des Indo-Europens, Bruxelles 1958, trad. it. L'ideologia tripartita degli indoeuropei, a cura di J. Ries, Rimini, Il Cerchio. Iniziative culturali, 1989; Id., Mythe et Epope, 3 voli., Paris 1968-73, in part. vol. I; L'ideologie des trois fonctions clans les popes des peuples indo-europens, trad. it. Mito ed epopea. I.
La terra alleviata, Torino, Einaudi, 1982; J. Batany, Des "Trois Fonctions" aux "Trois tats"?, in "Annales. E.S.C.", 18 (1963), pp. 933-938; J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, Torino, Einaudi, 1977, pp. 41-51; O. Niccoli, I sacerdoti, i guerrieri, i contadini. Storia di un'immagine della societ, Torino, Einaudi, 1979; G. Duby, Lo specchio del feudalesimo, Bari, Laterza, 1980; Id., Les trois fonctions indo-europennes, l'historien et l'Europe fodale, in "Annales.
.S.C.", 34 (1979), pp. 1187-1215; O.G. Oexle, Paradigmi del sociale. Adalberone di Laon e la societ tripartita del Medioevo, Salerno, Cartone, 2000; R. Delle Donne, Nel vortice delle storicizzazioni. Storiografia tedesca di ieri e di oggi, Napoli, Guida, 2000.
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Bibliografia.
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Per un quadro generale dell'urbanesimo medievale: H. Pirenne, Le citt del Medioevo, Bari, Laterza, 1971; E. Ennen, Storia della citt medievale, Roma-Bari, Laterza, 1975; R.S. Lopez, Intervista sulla citt medievale, a cura di M. Berengo, Roma-Bari, Laterza, 1984; Modelli di citt. Strutture e funzioni politiche, a cura di P. Rossi, Torino, Einaudi, 1987; V. Fumagalli, La pietra viva. Citt e natura nel Medioevo, Bologna, il Mulino, 1988; J. Heers, La citt nel Medioevo in Occidente: paesaggi, poteri e conflitti, Milano, Jaca Book, 1995; M. Berengo, L'Europa delle citt. Il volto della societ urbana europa tra Medioevo ed Et moderna. Torino, Einaudi, 1999.
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Per l'Italia in particolare: R. Bordone, La societ cittadina del regno d'Italia. Formazione e sviluppo delle caratteristiche urbane nei secoli Undicesimo e XII, Torino, Deputazione subalpina di storia patria, 1987; G. Airaldi, Le repubbliche marinare e l'espansione mediterranea di Genova e Venezia, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. I, pp. 227-243; M. Ginatempo-L. Sandri, L'Italia delle citt. Il popolamento urbano tra Medioevo e Rinascimento (secoli XIII-XVI), Firenze, Le Lettere, 1990; G. Vitolo, Citt e coscienza cittadina nel Mezzogiorno medievale (secc. IX-XIII), Salerno, Laveglia, 1990; G. Cherubini, Le citt italiane dell'et di Dante, Pisa, Pacini, 1991.
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Per il movimento comunale nelle citt d'oltralpe nel confronto con quello italiano: E. Sestan, La citt comunale italiana dei secoli XI-XIII nelle sue note caratteristiche rispetto al movimento comunale europeo, in ld., Italia medievale, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1966, pp. 91-120; R. Elze-G. Pascli, Le citt in Italia e in Germania nel Medioevo. Cultura, istituzioni, vita religiosa, Bologna, il Mulino, 1981; A. Chdevillem, J. Le Goff, J. Rossiaud, La ville en France au Moyen ge des Carolingiens a la Renaissance, Paris, ditions du Seuil, 1998.
Per l'immagine della citt e i suoi aspetti materiali: C. Frugoni, Una lontana citt. Sentimenti e immagini nel Medioevo, Torino, Einaudi, 1983; C. De Seta-J. Le Goff, La citt e le mura, Roma-Bari, Laterza, 1989; E. Guidoni, Storia dell'urbanistica. Il Medioevo (secoli VI-XII), Roma-Bari, Laterza, 1991.
Per gli Ebrei e l'antisemitismo: L. Poliakov, Storia dell'antisemitismo, Firenze, La Nuova Italia, 1974-1976; Le inquisizioni e gli Ebrei in Italia, a cura di M. Luzzati, Roma-Bari, Laterza, 1994; A. Esposito, Un'altra Roma.
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Minoranze nazionali e comunit ebraiche tra Medioevo e Rinascimento, Roma, Il Calamo, 1995; L'Ebraismo dell'Italia meridionale peninsulare dalle origini al 1541, a cura di C.D. Fonseca, M. Luzzati, G. Tamani, C. Colafemmina, Galatina, Congedo, 1995; M.T. Caciorgna, Marittima medievale. Territori, societ, poteri, Roma, Il Calamo, 1996.
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FINE Parte 3.